foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Eteocle e Polinice, i figli maschi di Edipo,  si scontrano uno contro l’altro sul campo di battaglia. Entrambi muoiono: il primo in difesa di Tebe, il secondo, invece, contro di questa. È proibito dare sepoltura ai traditori della città e Creonte, nuovo re di Tebe, mette in guardia chiunque pensi di trasgredire la legge. Eteocle viene sepolto, Polinice viene lasciato in pasto ad uccelli e cani. Antigone, sorella dei defunti, non può permettere che il corpo del fratello rimanga insepolto. La fanciulla  è consapevole che infrangerà la legge della polis, ma non ha dubbi: ha già deciso.

In scena, sul palcoscenico del Teatro  Fondamenta Nuove, tre donne attendono. Creonte (con il volto di Massimo Munaro) si muove tra il pubblico e rimane sempre nella zona adibita a quest’ultimo, indicata – dal governatore di Tebe – quale luogo delle leggi. Viene esposta chiaramente la situazione ai presenti: da una parte, dunque, un Creonte molto ragionevole invita il pubblico a rimanere seduto e distaccatamente lucido di fronte agli avvenimenti cui assisterà; dall’altra, un’Antigone allarmata e sofferente invoca sostegno da parte degli astanti in una lingua sconosciuta. Al pubblico la facoltà di scegliere da che parte stare: chi resterà seduto e chi raggiungerà Antigone esponendosi sul palco?

I sette coraggiosi difensori delle ragioni di Antigone raggiungono le donne sul palco dando inizio a dei rituali preparatori. È un pubblico partecipe, volontariamente aperto e collaborativo, che ha voluto essere coinvolto e  si lascia docilmente accompagnare e guidare. Molte le immagini proposte di forte impatto: come una testa mozzata che oscilla a mezz’aria. Ecco, dunque, rievocata l’uccisione di Polinice attraverso la semplice, ma efficace, spaccatura di un’anguria. Le urla e i pianti delle Antigoni sono strazianti. Attraverso lo spargimento della cenere, viene eseguito il rituale funebre, in seguito inevitabilmente scoperto. Antigone è colpevole. Occhi disperati di donne gridano al pubblico, e quindi alla parte di Creonte: richieste di aiuto, sguardi che, privati di soccorso, divengono ostili e accusatori.

La luce – determinante  elemento scenografico – contribuisce a far sentire responsabile il pubblico, lo espone mettendolo letteralmente in luce, lo spinge forse a prendere parte o, più semplicemente, ha la cruda funzione di mostrarlo a se stesso per ciò che ha deciso di essere. L’assemblea viene accusata con crescente rabbia di essere co-responsabile di ciò che sta accadendo in scena e di ciò che in questo modo lascierà accadere. Ma gli stessi spettatori possono chiedersi se davvero ricada anche su di loro questa colpa, se potevano fare altrimenti e se sarebbe concretamente cambiato il disegno della tragedia sofoclea se avessero tutti parteggiato per Antigone. 

Probabilmente no. Il pubblico però, poteva concretamente decidere da dove osservare e, quindi, da che parte vivere ciò che inevitabilmente sapeva sarebbe accaduto. Due volte gli spettatori sono messi nella condizione di scegliere: dopo aver visto il susseguirsi inarrestabile dei primi avvenimenti viene chiesto loro  di schierarsi nuovamente e decidere – questa volta in modo definitivo – se accettare o meno la responsabilità dell’incombente morte di Antigone: ad alzarsi  e raggiungere il palco sono solo altri due spettatori. Emeneo, portavoce dell’estremo appello e innamorato di Antigone, esprime chiaramente il suo disprezzo sputando sul pubblico. Impressionante ed efficace la morte della protagonista che, sdraiandosi nel sudario di Polinice, si concede docilmente al suo destino, adagiandosi in un volontario abbraccio mortale che la fa riunire al fratello. È la fanciulla stessa ad avvolgersi nel telo come per un ultimo sonno, totalmente incurante dei resti grumosi e umidi del corpo del fratello che le si appiccicano addosso. 

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Con Antigone Il Teatro del Lemming riesce a coinvolgere nuovamente i suoi spettatori, dividendoli in due fronti, ma lasciando loro la libera scelta. Bravi e convincenti gli interpreti dello spettacolo ed estrememente efficaci gli elementi sonori, penetranti quanto le luci.

Improvvisamente il pubblico seduto sobbalza: un telo cala improvvisamente a ghigliottina al limite del proscenio, producendo un forte e spaventoso tonfo. È uno schermo che, per la prima volta, crea una separazione visiva totale tra palco e platea. Il telo di separazione tra vivi e morti – Creonte e Antigone – non verrà più rialzato, da quel momento i percorsi dei due pubblici si divide, concludendosi separatamente e più intimamente. Il delicato volo di una fatua sagoma bianca ci riporta ad Antigone, colei che non abbiamo salutato e che non abbiamo salvato. Seguendo il volere del governatore della città, il pubblico esce in silenzio. L’applauso viene negato, forse a mantenere intatta una sensazione di morte e silenzio che non ha possibili assoluzioni…