foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Donne che non hanno identità, che non ricordano il loro nome, che continuano ad aggrapparsi ai ricordi di quelle loro vite sospese e dedite all’attesa. Sono queste  le protagoniste dello spettacolo diretto da Orlando Forioso Le donne e il mare, con cui ieri sera si è concluso il festival veneziano al Teatro Piccolo Arsenale. Con abiti che sembrano richiamare l’appartenenza a un ordine religioso, le sagome di queste sette donne vengono delineate dal riverbero delle luci fredde e omogenee che illuminano il fondo della scena, restituendo un’atmosfera onirica. Su una scenografia semplice, dove l’essenzialità di pochi oggetti pone al centro l’attenzione su una dimensione fisica e spirituale, prendono vita i sentimenti e i pensieri di queste figure quasi angeliche. La poesia greca di Jannis Ritsos ritorna attraverso la rielaborazione di Enrico Fiore e trova voce ed espressione in sette attrici eccezionali, che costituiscono un coro esemplare. Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Fulvia Carotenuto, Elena Ledda, Marilena Monti, Isella Orchis e Maria Grazia Sughi sono semplicemente donne che si fanno carico di questa attesa, dimenticando loro stesse, annullandosi, vivendo all’ombra dei propri uomini. Ognuna di loro restituisce piccoli quadri che vedono al centro i propri mariti e i propri figli, figure che trovano una salvezza o un posto nel mondo grazie alle loro parole, ai loro ricordi e che senza non esisterebbero.

Sembra di trovarsi di fronte a un frammento di un coro greco, che richiama pensieri e immagini non di un grande mito, ma di una quotidianità, del semplice vivere. Piccoli e insignificanti momenti della vita di ogni giorno diventano portatori di gioia: le donne tornano con la mente ai volti ispidi dei loro uomini, a quelle bestemmie dette per mascherare la timidezza.È uno stato d’animo che viene anche accompagnato da una fisarmonica, suonata in scena da un’attrice: il suo suono armonioso e allegro porta questi angeli dignitosi a liberare i loro corpi in felici dondolii e in dolci sorrisi.  

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Ma le donne si abbandonano a tratti a momenti di disperazione causati dall’assenza, dai loro figli cresciuti di cui non rimane nient’altro se non il caro ricordo: di quando la loro carne andava a formarsi dentro il loro stesso corpo, di come avevano bisogno della figura di madre. Questi figli che ora non le chiamano più, lasciano vuoto e dolore; i loro abiti bianchi si rovesciano rivelando un cuore di stoffa nero che avvolge i corpi delle donne, che, a poco a poco cedono al lamento. Ma dopo essersi abbandonate al pianto, subito si risollevano, facendosi forza l’una con l’altra.

Non avendo identità, ogni donna è uguale a chi le sta accanto, tutte provano gli stessi sentimenti e, annullando la propria soggettività, costituiscono una pluralità di voci che in realtà sembra  una soltanto, la stessa.

Il rito teatrale entra nei loro stessi corpi, e viene restituito anche dallo splendido canto straziante di Elena Ledda, che racchiude tutta la liricità dolorosa che solo l’assenza di chi è partito e ha lasciato sole queste donne può creare. Il mare ha portato via i loro cari, ma queste figure femminili non gli riconoscono alcuna colpa e vedono in lui fonte di gioia. Bisogna accettare l’intera vita, sofferenza compresa; come il mare non può essere diviso in parti differenti, e quindi deve essere preso nella sua interezza, così la stessa vita. Queste donne continuano a rimanere in attesa, sperando che il mare porti loro un’altra esistenza, un altro universo. E la loro speranza è così intensa che permette loro di colmare con coraggio una vita fatta di assenza.