Perché fare critica? E perché chiederselo proprio ora che la Biennale si è appena conclusa?

Prima la risposta alla seconda domanda: perché è solo con la pratica che si impara a patirne le conseguenze sulla propria pelle e a prendere coscienza del peso delle parole dette. Se poi la critica è percepita anche dall’opinione pubblica, o almeno da un certo numero di persone, si arriva anche a comprendere quali dinamiche vengono da lei messe in moto, dinamiche sociali, emotive, politiche ed economiche. Quindi solo dopo un periodo di pratica si può cercare una risposta alla prima domanda. Forse però, per arrivare alla soluzione del quesito, è meglio rovesciarlo al negativo: perché non fare critica?

Si può decidere di non esprimere un giudizio per tanti motivi: per codardia, per mancanza di capacità di analisi, per poca fiducia in se stessi, per comprensione nei confronti di chi dev’essere valutato. Ma forse alla base c’è la paura, la paura di giudicare in quanto processo che porta inevitabilmente all’essere giudicati: perché nessuno ama essere oggetto di critiche, anche di quelle mosse con le migliori intenzioni. In fondo siamo tutti permalosi, e sentire che il nostro operato viene analizzato dall’esterno ci scuote, ci intimorisce, perché sappiamo che potremmo non saper ribattere o peggio ancora potremmo accorgerci del vuoto che sta alla base del nostro pensiero.

 

 

E la forza del critico sta proprio in questo: nella capacità di esprimere un giudizio e di accollarsi la responsabilità di ciò che afferma; nel tentativo di operare un’analisi obiettiva dell’evento esaminato, considerando tutti i parametri che lo compongono e riuscendo a valutare gli aspetti emotivi e personali con il giusto peso. Sappiamo ormai che l’obiettività ricercata da positivisti e naturalisti è una mera illusione, e questo fa sì che si possa essere ancora più consapevoli dei propri commenti e della loro relatività. Ma si hanno meno certezze, e non è quindi un caso se il ruolo della critica è stato sempre più minimizzato, fino alla sua attuale perdita totale di valore. La paura resta, ma si può quasi definirla una paura positiva, come quella che si prova davanti a ciò che non conosciamo, che blocca inizialmente, ma che può aprire la mente a novità e ad una maggiore consapevolezza.

In un momento storico come il nostro poi, in cui la politica e l’informazione ubriacano gli ascoltatori con discorsi privi di conseguenze pratiche, la critica ha un’altra funzione fondamentale: ridare valore alle parole pronunciate, renderle nuovamente portatrici d’effetti reali, renderle capaci di ferire e sconvolgere, come accadeva in epoche passate, in cui potevano davvero portare alla morte. Certo tali eccessi non sono più augurabili, ma è importante che si ritorni ad una maggiore considerazione delle loro possibilità, perché esse riescano a connettere realmente le varie figure che operano nel campo teatrale, in modo da creare un vero dialogo che faccia crescere e maturare tutte le parti interessate.

Perché fare critica è anche la volontà di capire il lavoro degli altri, di cui parlare con rispetto ma senza indulgenza: è avere la forza di rielaborare il proprio pensiero quando se ne individuano gli errori, senza però seguire motivazioni di comodo; è un modo per scoprire ed esplicitare nuovi collegamenti che aumentino le possibili letture di un evento, senza fare lo sbaglio di imporre la propria opinione. Fare critica è fatica, perché giudicare è difficile quando si comprende come si sia tutti giustificabili e criticabili allo stesso tempo. Ma è una fatica appagante se porta ad uno scambio sincero e ad una crescita personale e collettiva. (Fare critica è tutto questo e forse molto di più…)

 

 

 

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