Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Tutto ci ha preso il mare”, dicono le donne vestite di bianco, mogli e madri degli uomini che se ne sono andati. Sulla scena alcune sedie, simbolo di un’attesa senza tempo, istanti immobili, eterni e tragici. Hanno dimenticato tutto le protagoniste dello spettacolo Le donne e il mare, di Enrico Fiore, diretto da Orlando Forioso, basato sulle opere del poeta greco Jannis Ritsos. Le loro voci si sovrappongono, si mescolano ai canti, quelli della tradizione sarda interpretati da Elena Ledda, in un gioco di nostalgia e rassegnazione, ma anche di accettazione della realtà. In fondo, probabilmente, non avevano mai conosciuto i loro mariti e i loro figli. “Noi comandavamo la casa, loro la nave. Ma la nave si muove”, affermano con consapevolezza. La loro forza è la leggerezza, la capacità di scorgere la paura nel volto dell’amato, senza mai farlo capire. Lo sguardo sempre basso proprio per questo, in contrasto con l’orgoglio degli uomini: “Li guardavamo solo quando si giravano di spalle”, confessano.

Un legame troppo forte quello con il mare, che costringe ad abituarsi alle assenze, a non avere più nome, a essere dimenticate, a cambiare i propri abiti. “Il nero è un triste colore”, cantava Pierangelo Bertoli, ne Il pescatore. I vestiti indossati da queste donne, come la loro anima, sono di due tonalità: bianchi fuori e neri dentro. Adesso possono soffrire liberamente, non devono più nascondersi, possono piangere i loro figli e sperare che il cuore diventi di pietra.

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Momenti di nostalgia si alternano così a quelli di disperazione e di odio. Una parola che non dovrebbe essere pronunciata, che fa paura, che sa di vuoto, che è “la cosa più pesante del mondo”. Non ci si può abbandonare all’odio, si resterebbe travolti da un dolore ancora più grande. E, così, le attrici, a una a una, si dirigono verso lo spettatore, scendono dal palco lentamente, perché il ricordo è l’unico modo che l’uomo ha per sopravvivere al dolore. E raccontano dei loro cari, per farli rimanere in vita, perché la vera paura è essere dimenticati. Ricordano come fossero lontani, anche quando erano presenti. Come vivessero in due mondi diversi.

Una narrazione corale, un insieme di individualità che si uniscono per superare una tragedia troppo grande da sopportare. Insieme li faranno rivivere, ricostruiranno la memoria, ritroveranno il mare che hanno dentro. Forse, non erano poi così distanti. Forse la vicinanza, come spesso accade, non permetteva loro di guardarli davvero. E, alla fine, potranno unirsi a loro, almeno idealmente, potranno salutarli per l’ultima volta e augurare loro un buon viaggio. L’ultimo, quello definitivo.