Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Sono a migliaia, ma vivono come esseri invisibili, anonimi, in nero in tanti paesini del Mediterraneo, su tutte le sue coste, senza distinzione. Sono le donne di questo mare, mani consumate e schiene rotte dal lavoro, le rughe che solcano il viso, e i ricordi che riempiono le menti, come ultimo ed unico tesoro rimasto per allietare le lunghe giornate passate su seggiole fuori dai portoni delle case. In Le donne e il mare, per la regia di Orlando Forioso, questi ricordi diventano poesia grazie al testo di Jannis Ritsos, riadattato da Enrico Fiore per creare un corale mediterraneo che racconta proprio di loro, di queste donne. Anche in scena restano anonime, perché il loro canto è quello di tutte le madri che hanno dato alla luce figli, e con tanti sacrifici li hanno cresciuti per poi vederli partire uno ad uno verso il campo di battaglia, o semplicemente un posto di lavoro, e magari questi figli ora sono lontani, o forse morti. Ma l’orgoglio per essere riuscite a dare ai figli un’esistenza diversa dalla loro è più forte della disperazione: queste madri conservano sempre una dignità che ha dell’incredibile, se lo spettatore non ha mai avuto la fortuna di conoscere una di loro.

In scena, ad aprire al pubblico questo universo di piccole e forti esistenze, solo sette donne, vestite di bianco, che parlano tra di loro, ricordano la loro vita, quando erano fanciulle, timide, pudiche; poi sono diventate spose; poi madri; e infine, nonne. Ora non sanno più chi sono, perché sulla spiaggia di gradini e filo spinato in cui si trovano, non c’è più nessuno che le chiami. E, allora, tutto lo spettacolo diviene una semplice attesa, interminabile, straziante in quanto vana, forse anche noiosa per chi non conosce questo mondo di veli neri sul capo e rosari in mano e sulle labbra, recitati ogni giorno per ogni figlio messo al mondo. Quegli abiti neri che tornano solo per un istante in scena, grazie ai costumi di Toni Casalonga e Jerome Casalonga, avvicinano queste madri anonime alla Madre di Gesù. O forse, più semplicemente, è la figura della Madonna che diviene metafora per tutte queste donne, e nel suo dolore di madre la santità lascia il posto a una più vera e comprensibile umanità.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il dolore, quando diviene insopportabile, si libera in canto nella voce di Elena Ledda, forte, emozionante, popolare. E tutte le altre attrici (Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Fulvia Carotenuto, Marilena Monti, Isella Orchis, Maria Grazia Sughi), brave e coinvolgenti in questo ruolo anonimo e concreto tutt’altro che semplice,  le si fanno attorno.

Foto di Fabio Bortot, ALvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, ALvise Nicoletti

Nella solidarietà e nella compassione reciproca la sofferenza si allevia un po’, in un continuo altalenarsi di momenti di bei ricordi, che le fanno sorridere, ed altri di disperazione, che scandiscono la lunga attesa del nulla. Come il movimento di una fisarmonica, quella stessa fisarmonica che è anche in scena, le emozioni attraversano queste donne a ondate, costruendo una melodia a tratti ripetitiva, spesso poetica, che conserva, senza alcuna pretesa di realismo, la verità di queste esistenze, in un lavoro che culla il pubblico in un universo che sembra appartenere al passato ma che, in realtà, esiste ancora in molti angoli di questo mare che è il Mediterraneo.