Quante e quante volte si chiederà ancora “cos’è il Teatro?” Quante e quante volte si cambierà risposta… Un’immagine, un colore, una parola. Qualcosa di chiaro e indistinguibile. Una presa di posizione rispetto il mondo, un mondo in risposta ad un altro mondo, una domanda in risposta ad un’affermazione e viceversa…Un quadro.
Esco dallo spettacolo NeroInferno con un’immagine fissa negli occhi. Solo mezz’ora di spettacolo, senza parole, senza azioni, senza attori. L’assenza. Eppure mi è rimasto addosso un mare di emozioni, sensazioni forti, crude, dure; difficili da mandar giù e ancora mi restano imprigionate nelle mani. Ho visto qualcosa di chiaro e preciso, tagliente, disarmato e disarmante. Allora mi alzo, applaudo, sono entusiasta, perché è questo che vorrei dal Teatro. Un’idea, una poetica, una linea chiara da seguire, una traiettoria, coerenza anche nella contraddizione; ma non è quanto vedo ultimamente. Vedo un Teatro troppo concentrato su se stesso, ritorto, articolato e balbuziente. Insicuro nelle sue scelte, e intraprendente in false battaglie. Un Teatro che si gonfia davanti allo specchio senza accorgersi che di là c’è il pubblico dormiente, spesso altrettanto ipocrita e indifferente quanto la scena. 

È in una spoglia domenica pomeriggio, al giro di boa di una Biennale dallo sguardo un po’ spento, che un gruppo modesto, senza troppe pretese lancia un canto nel buio. Una preghiera che risuona come un urlo per delle orecchie pronte ad ascoltare. Non parlo del Gruppo Ponte Radio, per parlare di regia, di scelta progettuale, di scambio interculturale; lascio questo alle recensioni e interviste dei miei colleghi. Ne parlo per l’immagine che ho avuto: un Teatro Disarmato. Non solo per la presenza, così viva, di quei dodici bambini; ma per il mostrasi, con incantato disincanto, di un teatro senza troppe pretese, con un unico obiettivo, un unico colpo ben sferrato che raggiunge lo stomaco e ti lascia con il fiato spezzato. Un’operazione semplice e diretta, che ha tolto l’ovatta dell’abitudine alle orcecchie del pubblico. ( forse perché quando ci sono dei bambini si presta sempre un po’ più d’attenzione.)
Non è il solo, in questa Biennale/Mare nostrum: anche Giancarlo Sepe, con un’operazione pulita e semplice, una regia ben coordinata e organica lascia una traccia, piccola e leggera ma pur sempre una traccia. Morso di luna nuova, non è stato uno spettacolo epocale, non è stato innovativo e dirompente, è stato semplice ma bello. Una storia, tante storie, la forza della memoria espressa in un testo,  in una lingua, l’uso del suono coordinato e scelto con una poetica, senza cadere in melodie scontate o voice-off deprimenti; la scena essenziale ma funzionale che lascia libera l’immaginazione dello spettatore, una poetica dell’illuminazione che trova stile nel semplice colore e nel taglio preciso della luce. Attori che recitano decisi, attori ai quali crediamo…

È incredibile ritrovarsi a parlare di credibilità e fiducia per un numero così esiguo di rappresentazioni, perché  le si darebbe per scontate, quando parliamo di convenzione teatrale, soprattutto a livelli professionali. Ma non c’è niente da fare, si dà per acquisita anche la sincerità del critico, sempre preso a destreggiarsi tra politica e scena nella speranza di sopravvivere: la sincerità diretta ormai è un principio che rasenta l’utopia.
Allora mi ritrovo a parlare di Teatro Disarmato: che non sta per arreso o pacifista. È un teatro che ha abbandonato le armi, ha abbassato le difese, ha rotto il muro e si è mostrato, senza paura dell’errore. Come si sono mostrati i giovani attori di Winter Gardens di Nikita Milivojević, senza paura e senza pretese. Il meccanismo pretesa/attesa è subdolo e corrosivo. Quando un’artista pretende di aver fatto una scoperta o un’innovazione, innesca nello spettatore un’aspettativa che spesso supera il risultato della rappresentazione. La diretta conseguenza è la dissoluzione  dello stupore.  Svanito questo, resta ben poco per catturare l’occhio del pubblico. Provocare lo stupore, è una delle armi più forti che il teatro possa avere, ma non la usa più, o quasi. Lo stupore disarmante, che ha radici fin dai giochi infantili, (il “bubu-settete!” non è forse un gioco di sorpresa/attesa? ) è stato completamente lasciato in disparte. Il teatro si è armato di nomi  vuoti  e già ascoltati, riciclandosi in se stesso, proteggendosi dietro lo scudo di piccole sovvenzioni, gridando alla crisi, alla battaglia contro il sistema e contemporaneamente sfruttandolo a pieno, senza ricavarne un ragno dal buco. Il Teatro Disarmato, non sembra alzare tanto la voce, ma lavora in sordina, nell’impegno quotidiano di piccola formica, senza ascoltare il ronzio costante di quattro vecchie cicale…

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