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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Sono a migliaia, ma vivono come esseri invisibili, anonimi, in nero in tanti paesini del Mediterraneo, su tutte le sue coste, senza distinzione. Sono le donne di questo mare, mani consumate e schiene rotte dal lavoro, le rughe che solcano il viso, e i ricordi che riempiono le menti, come ultimo ed unico tesoro rimasto per allietare le lunghe giornate passate su seggiole fuori dai portoni delle case. In Le donne e il mare, per la regia di Orlando Forioso, questi ricordi diventano poesia grazie al testo di Jannis Ritsos, riadattato da Enrico Fiore per creare un corale mediterraneo che racconta proprio di loro, di queste donne. Anche in scena restano anonime, perché il loro canto è quello di tutte le madri che hanno dato alla luce figli, e con tanti sacrifici li hanno cresciuti per poi vederli partire uno ad uno verso il campo di battaglia, o semplicemente un posto di lavoro, e magari questi figli ora sono lontani, o forse morti. Ma l’orgoglio per essere riuscite a dare ai figli un’esistenza diversa dalla loro è più forte della disperazione: queste madri conservano sempre una dignità che ha dell’incredibile, se lo spettatore non ha mai avuto la fortuna di conoscere una di loro. Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Scegliere di alzarsi, togliersi le scarpe, salire sul palco, indossare una veste bianca e un velo sul capo. Abbandonare il proprio posto in platea, quel posto che per convenzione tocca agli spettatori, rinunciare a vedere lo spettacolo per “viverlo”, rischiando magari di infrangere qualche legge sulla sicurezza nei teatri, come sottolinea il regista Massimo Munaro, invitando provocatoriamente  a restare seduti.
Forse, se il Teatro del Lemming, artefice di Antigone a Fondamenta Nuove, avesse rivolto la domanda al pubblico prima che questo si impossessasse delle poltrone di platea, molte persone in più avrebbero seguito Antigone. Ma la proposta arriva quando la gente è seduta: e si è ritrovata, così,dalla parte di Creonte, ossia delle leggi, delle normative e della sicurezza quasi senza volerlo: è per andare dall’altra parte, da Antigone, che gli spettatori devono compiere un atto di volontà preciso. Perché se le leggi di Creonte sono chiarissime, mentre Antigone si esprime in una lingua incomprensibile: e bisogna solo fidarsi dei suoi sguardi accorati che pregano di seguirla sul palco.

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Abbiamo intervistato Susanna Attendoli, che ha condotto al Teatro delle Voci di Treviso il laboratorio sul recitativo mozartiano dedicato a Lorenzo Da Ponte e al Don Giovanni: dal “recitar cantando” al cantare recitando. Contattata telefonicamente, abbiamo approfondito con lei la conoscenza di questo lavoro.

Per prima cosa vorrei chiederle l’attinenza tra il suo laboratorio ad il tema di questa Biennale, il Mediterraneo; in altre parole, quindi, perché proprio il Don Giovanni?

Il Medietrraneo è un magma perfetto per la nascita dei miti e il Don Giovanni è un grande mito. Le origini medieterranee di questo mito vengono fatte addrittura risalire, da alcuni, alle civiltà greche e latine: alcuni ricordano, per esempio, l’Ars Amatoria di Ovidio, altri La poetica di Aristotele. Successive tracce del mito del Don Giovanni si ritrovano nelle leggende del medioevo, anche se la nascita “ufficiale” del personaggio avviene con Tirso de Molina nel 1630, quindi in Spagna, per poi allargarsi a tutto il bacino del Mediterraneo. Arriverà in Italia tra i vari scenari della Commedia dell’Arte, per poi andare in Francia con Molière, e tornare di nuovo nel nostro Paese con Goldoni, che è stato probabilmente il vero ispiratore di Da Ponte.
Oltre a questi aspetti mediterranei del mito e delle sue origini, questo mare si ritrova anche nel personaggio stesso del Don Giovanni, nel suo vitalismo, nella sua solarità. Infine, i Paesi mediterranei si sitrovano anche nei versi stessi di Da Ponte: Seicentoquaranta in Italia, cento in Francia e novantuno in Turchia, ma in Ispagna sono già 1003; parole di Leporello nella famosa aria del catalogo. Tutto un Mediterraneo che viene esplorato e conquistato, e in cui, quindi, il mito del Don Giovanni ha un ruolo di gran rilievo. Leggi il seguito di questo post »

Quando è chiara e netta la divisione tra protagonista e antagonista l’immedesimazione nell’eroe è, generalmente, automatica. Ma quando si esce dalla favola per entrare nella tragedia lo spettatore è costretto a compiere una scelta, anche dolorosa, e non sempre definitiva. A maggior ragione se il testo in questione narra lo scontro tra due leggi entrambe plausibili e necessarie al vivere civile, e se a metterlo in scena è una compagnia che lavora da anni sul coinvolgimento attivo e sensoriale di un pubblico ristretto, che diviene comunità. Il Teatro del Lemming di Rovigo porta in scena, al teatro Fondamenta Nuove, Antigone. Lo spettacolo giunge alla sua forma definitiva dopo un lungo lavoro di ricerca, realizzato attraverso numerosi laboratori tenuti da Massimo Munaro in diverse città del nord-est, fino a Venezia in occasione del Laboratorio Internazionale del Teatro – Biennale Teatro 2008. Leggi il seguito di questo post »

 

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Se, come Leopardi scriveva nello Zibaldone, «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. […] immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo ed il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo», lo spettacolo Midrash / Hikayát – Racconto sul Mediterraneo, per la regia di Salvino Raco, offre al pubblico numerose occasioni per elevarsi verso quell’infinito che, per il poeta di Recanati, si celava dietro la siepe. Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Intervista a cura di Silvia Gatto e Anna Serlenga

Incontriamo il gruppo Ponte Radio venerdì, due giorni prima dello spettacolo Nero Inferno (Teatro Piccolo Arsenale, 1 marzo 2009), durante una pausa pranzo: il ristorante di fronte al teatro è pieno di gente, ma soprattutto di bambini. Una tavolata allegra, vivace, che alterna bolle di sapone a canzoni arabe che escono dai telefonini. I bimbi di Jenin sono sorridenti e vivaci, giocano all’uscita del ristorante con i ragazzi del gruppo ravennate che non si risparmia mai, in una relazione che è alla pari e serena. Ci diamo appuntamento per il giorno seguente: sarà una lunga chiacchierata, personale ed informale con Alessandro Taddei. Ne riportiamo qui una sintesi. Leggi il seguito di questo post »

Tante parole sono state dedicate al Mediterraneo, a questo mare che unisce e divide terre diverse, durante la Biennale Teatro sul Mediterraneo, iniziata nel 2008. E, in effetti, quante immagini, nomi famosi, leggende, miti, libri, casi di cronaca, tragedie, problemi e belle vacanze vengono in mente solo a sentirlo, questo nome: Mediterraneo.
Le ritroviamo tutte in questa Biennale, nessuna esclusa, ma con un dato che merita di essere sottolineato. Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Nessuna bandiera, nessuna kefia, niente propaganda o discorsi politicanti. Nessuna salvifica pretesa. Non c’è niente di tutto questo alla prima europea di Nero Inferno – trilogia quasi dantesca, sicuramente non salvifica del gruppo Ponte Radio. Solo il nome di una città accennato sul programma di sala: Jenin – Cisgiordania.
Tredici pannelli neri, tredici lampadine, tredici bambini vestiti di nero. Nient’altro. Nessuna retorica. Perché «Nero è la scoperta di quell’invisibile che vive nascosto negli angoli della Palestina». Questo invisibile continua a restare nascosto anche in scena, si svela solo a tratti, in silenzio, quasi per non recare troppo disturbo. A tal punto che potrebbe anche non essere capito, risultare lento, senza significato, perché quasi ci si dimentica che in scena ci sono dei ragazzini tra i 9 e i 12 anni: vestiti di nero, schierati come soldati, sguardo fisso nel vuoto, serio, si fatica a riconoscerne la giovane età. Non si muovono liberi nello spazio, ma lungo traiettorie lineari. Le loro menti generano sogni senza immagini. Leggi il seguito di questo post »

Le musiche in teatro occupano un ruolo fondamentale per la creazione dell’atmosfera totale, ma l’emozione che determinano rimane di frequente inconscia. Molto spesso, inoltre, si tratta di ricerche sonore complesse, articolate, suggestive, e che meriterebbero una notazione maggiore. Anche la Biennale Teatro ha offerto, finora, momenti musicali di altissimo livello, sonorità particolari o giochi citazionali interessanti nei quali i compositori si sono sbizzariti per offrire un exursus di possibilità sul significato del suono negli spettacoli. Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Quando si trova uno spettacolo bello, efficace, le parole ed i complimenti scorrono sulla tastiera senza quasi pensarci. Lo stesso vale nel caso opposto: di fronte a uno spettacolo brutto, insignificante e noioso la stroncatura viene naturale; occorre, semmai, prendere il tempo per curare i toni e non risultare offensivi. Per Capitano Ulisse , di Alberto Savinio andato in scena con la regia di Giuseppe Emiliani, i pensieri si contorgono, e si fatica a delinearli in modo chiaro. Gli aggettivi sembrano venire meno, di fronte a questa messa in scena che difficilmente può completamente piacere, ma che è impossibile liquidare frettolosamente. Leggi il seguito di questo post »