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Quante e quante volte si chiederà ancora “cos’è il Teatro?” Quante e quante volte si cambierà risposta… Un’immagine, un colore, una parola. Qualcosa di chiaro e indistinguibile. Una presa di posizione rispetto il mondo, un mondo in risposta ad un altro mondo, una domanda in risposta ad un’affermazione e viceversa…Un quadro.
Esco dallo spettacolo NeroInferno con un’immagine fissa negli occhi. Solo mezz’ora di spettacolo, senza parole, senza azioni, senza attori. L’assenza. Eppure mi è rimasto addosso un mare di emozioni, sensazioni forti, crude, dure; difficili da mandar giù e ancora mi restano imprigionate nelle mani. Ho visto qualcosa di chiaro e preciso, tagliente, disarmato e disarmante. Allora mi alzo, applaudo, sono entusiasta, perché è questo che vorrei dal Teatro. Un’idea, una poetica, una linea chiara da seguire, una traiettoria, coerenza anche nella contraddizione; ma non è quanto vedo ultimamente. Vedo un Teatro troppo concentrato su se stesso, ritorto, articolato e balbuziente. Insicuro nelle sue scelte, e intraprendente in false battaglie. Un Teatro che si gonfia davanti allo specchio senza accorgersi che di là c’è il pubblico dormiente, spesso altrettanto ipocrita e indifferente quanto la scena.  Leggi il seguito di questo post »

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Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

L’odore di pizza, quella rossa e quella bianca al rosmarino. E poi la sabbia, che ti si attacca alle dita per colpa dell’unto…
Forse mancavano,ieri sera, tra le tante immagini evocate in Mare mio di Antonio Varvarà, visto al Teatro Aurora di Marghera. Ci sono il nonno sulla spiaggia, il costume nero, il bagnino bello, la pasta al forno…
Ma non la sabbia.

Una scenografia spoglia: una distesa di sedie di diverse misure e forme ma tutte di un grigio-azzurro che ricorda il colore delle nuvole riflesso sul mare. Quattro attori, quattro volti, quattro punti di vista per lo stesso mare. Inizia tutto con un gioco, come da bambini: punti il dito sulla foto e dai un nome alle cose che riconosci. Così Varvarà inizia a svelarci il mare, il suo mare. Gli attori (Sara Bettella, Daniel De Rossi, Dino Polito, Antonella Tranquilli) in un susseguirsi di quadri, rievocano immagini e storie con lo sguardo e il pensiero, sempre rivolti alla grande distesa d’acqua che circonda l’isola. Sì, siamo su un’isola, non importa quale, un’isola piccola dove la vita sta stretta come il paio di pantaloni che portavi da bambino. I quadri, all’inizio confusi, vanno intrecciandosi e accavallano i nervi di una storia, quella di Andrea, raccontata attaverso l’assenza. È la partenza senza ritorno, di Andrea: figlio, amico, amante, che genera il racconto e scatena i ricordi di chi aspetta e non trova pace, di chi sull’isola è rimasto, di coloro che scrutano l’orizzonte e ancora sperano di vederlo tornare.

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Foto di Fabio Bortot, Alvine Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvine Nicoletti

” Della Poesia/ dissero i poeti/ della pittura/ i pittori. Del silenzio/ disse il sordo/ della parola/ il muto”

In scena al Fondamenta Nuove un racconto, Il giavellotto dalla punta d’oro, scritto da Roberto Calasso a partire dal mito classico di Procri, per la regia di Giorgio Marini.
La scena di Marco Capuano si apre su una distesa di corpi, le ninfe. Una foresta di giavellotti alti fino al soffitto a sinistra, e nell’ombra, in secondo piano sulla diagonale opposta, un enorme elmo: giavellotto ed elmo, entrambi simbolo della storia che gli attori si apprestano a far rivivere. Tutto il palco ricoperto da stoffe e veli, che prendono forma: una volta mare, una sabbia, una vento o, più semplicemente, lenzuola. Leggi il seguito di questo post »

La musica in scena,
compagna di poetiche chiare,
disegna un mondo,
apre il viaggio verso terre straniere.
L’attore e il musico insieme,
unico corpo e immagine.

Gruppo Calicanto, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Gruppo Calicanto, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Parlo della musica del gruppo Calicanto per l‘Otello di Pantakin, unico spettacolo con musica dal vivo fino ad oggi, alla Biennale Teatro. Il gruppo nasce nel 1981, ha sede a Teolo in provincia di Padova, da anni organizza il Festival di Musica e Cultura Popolare del Veneto, Ande Bali e Cante, e collabora con diverse produzione teatrali e cinematografiche. La sua attenzione è rivolta agli studi etnomusicali sul territorio veneto, a quel tempo estremamente rari, sviluppa la sua intera poetica sul Folk, e sul recupero di alcuni strumenti antichi che non vengono più fabbricati: come la piva, antica cornamusa veneto-emiliana. Leggi il seguito di questo post »

Procri: cacciatrice, moglie di cacciatore, figlia incestuosa, amante infuocata. Minosse: re maledetto, rifiutato dalla consorte e punito da un crudele sortilegio. Tra i due: l’ossessione, il dono, l’avidità, la gelosia, l’equivoco, la fatalità…
Il racconto di un’ossessione: quella di Minosse per Procri, l’unica donna che sopravvive ai suoi amplessi, l’unica che donandosi in completa libertà, gli sfugge: «Come conquinstare ciò che già si dà totalmente?». Adagiato sul fondo, il rimorso/ricordo, la somiglianza con un’amore perso e mai conquistato. Ecco allora il dono: un giavellotto infallibile, a cui nulla può sottrarsi. È nel momento in cui lo afferri che il sogno si smaterializza. Ma Procri, amante, confidente, compagna di incontri vani e meravigliosi, non era sull’isola per Minosse. Cacciatrice qual era, Procri viaggiava in cerca di Artemide, per andare alla ricerca della verità, del suo destino…
Il giavellotto dalla punta d’oro, va in scena al Teatro Fondamenta Nuove, martedì 3 e mercoledì 4 Marzo. Il racconto che racchiude e lega molti miti greci viene riscritto da Roberto Calasso e messo in scena da Giorgio Marini il quale è tornato alla prosa da un anno, con Occhi Felici, dopo molti anni d’impegno nel teatro musicale. Il regista proveniente dal Teatro Immagine degli anni ’60, lavora con gli attori del Florian Teatro Stabile d’Innovazione, e con gli studenti dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e del Centro Teatro Ateneo, con i quali ha svolto un laboratorio di studio sullo spettacolo.

Intervista a cura di Camilla Toso

Diplomato all’Istituo superiore d’arte drammatica e di animazione culturale di Rabat, Driss Roukhe – nato a Meknès nel ’68 – si specializza al Conservatorio nazionale superiore d’arte drammatica di Parigi grazie a una borsa di studio, per poi tornare in Marocco, dove fonda una propria compagnia, Théâtre des sept con cui realizza quasi tutti i suoi spettacoli. A Venezia presenta Bladi mon Pays!, con la collaborazione del Teatro Nazionale Moahmmed V, spettacolo rivolto al Marocco ma anche all’Europa.

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Said Bey e Abdelkebir Regaguena, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Said Bey e Abdelkebir Regaguena, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Per la prima volta in Italia sbarca il Teatro Nazionale Mohammed V di Rabat, in scena, al Teatro G.Poli a Santa Marta, con Bladi Mon Pays! Scrivo questo articolo mentre i giornali sono già in edicola ma non ancora tra le mie mani, e mi aspetto di trovare, almeno su quelli locali, qualche appunto sulla “lesa identità veneta”, perché in laguna viene rappresentato uno spettacolo proveniente dal Maghreb: uno spettacolo sull’immigrazione. Ma d’altra parte, questa volta non ci sarà Goldoni a fare da grimaldello, da “pantaleon” per la difesa di territori, ideali e identità veneta; e nemmeno il pubblico in sala potrà fomentare la polemica, vista la cospicua di compatrioti della compagnia.
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Sbarca domani a Venezia, al Teatro Giovanni Poli di Santa Marta ore 20.30, la Compagnia del marocchino Driss Roukhe, secondo ospite straniero di questa Biennale Teatro 2009. Attore di fama internazionale (ha recitato in film come Syriana, Babel, The Situation), regista cinematografico e teatrale affermato, Roukhe è uno degli artisti più in vista in Marocco. Prodotto dal Théâtre National Mohammed V, Bladi, mon Pays! è uno spettacolo che vacilla tra ironia ed emozioni forti affrontando un tema attuale come quello dell’immigrazione.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

La nostalgia, il razzismo, i problemi d’integrzione si raccontano attraverso la storia di due fratelli, entrambi immigrati clandestinamente in Francia, alla ricerca dell’Eldorado, di una vita migliore. Leggi il seguito di questo post »

Se vi dicessi «ho visto L’Arlecchino servitore di due padroni di Goldoni» forse mi guardereste con aria titubante e annoiata. Se invece dicessi «ho visto la storia di uomo che ha fame, un disoccupato che si riduce a fare il facchino per una coppia gay; che si innamora di un extra comunitaria, la quale sposa il suo capo per avere il permesso di soggiorno. La storia di un padre che vuole far sposare la figlia per soldi e non per amore; quella di una ragazza picchiata e violentata perché vuole un paese migliore dove essere donna non sia un rischio. La storia di un immigrato, un sopravvissuto, che sogna soltanto di far parte del sistema, di diventare cittadino Europeo…» allora, forse, la vostra reazione sarebbe diversa.
Questo è l’Argelino della Compagnia Animalario di Madrid, per la regia di Andrés Lima, andato in scena ieri sera al Toniolo di Mestre, in apertura di Biennale Teatro. Come già avveniva, anni orsono, nel Mor Arlecchino del teatro delle Albe, in cui la maschera bergamasca era affidata ad un attore senegalese, nell’Argelino spagnolo si prende a prestito dal canovaccio goldoniano un tema di grande attualità. Leggi il seguito di questo post »

Prima del “debutto” ufficiale, Maurizio Scaparro ha voluto incontrare il pubblico per presentare il nuovo programma del 40° Festival Internazionale di Teatro. Lunedì 16 febbraio, a pochi giorni dall’apertura, molti appassionati, qualche addetto ai lavori e gli studenti più curiosi, sono stati accolti dal direttore artistico della Biennale nella cornice della Biblioteca di Servizio Didattico di Ca’Foscari con sede alle Zattere. L’informalità e il calore dell’atmosfera hanno trasformato la presentazione in una amichevole chiacchierata: lasciando da parte gli spettacoli in programma, il discorso si è spostato sulla condizione dei giovani oggi. Il direttore ha rivolto la sua attenzione alle aspettative degli studenti individuando in “istruzione e cultura”, le parole chiave per superare la crisi teatrale ma non solo: «Vorrei che la scuola e la cultura diventassero occasioni di lavoro, che la scuola venisse vista non solo come istruzione ma anche come officina». Leggi il seguito di questo post »