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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Tutto ci ha preso il mare”, dicono le donne vestite di bianco, mogli e madri degli uomini che se ne sono andati. Sulla scena alcune sedie, simbolo di un’attesa senza tempo, istanti immobili, eterni e tragici. Hanno dimenticato tutto le protagoniste dello spettacolo Le donne e il mare, di Enrico Fiore, diretto da Orlando Forioso, basato sulle opere del poeta greco Jannis Ritsos. Le loro voci si sovrappongono, si mescolano ai canti, quelli della tradizione sarda interpretati da Elena Ledda, in un gioco di nostalgia e rassegnazione, ma anche di accettazione della realtà. In fondo, probabilmente, non avevano mai conosciuto i loro mariti e i loro figli. “Noi comandavamo la casa, loro la nave. Ma la nave si muove”, affermano con consapevolezza. La loro forza è la leggerezza, la capacità di scorgere la paura nel volto dell’amato, senza mai farlo capire. Lo sguardo sempre basso proprio per questo, in contrasto con l’orgoglio degli uomini: “Li guardavamo solo quando si giravano di spalle”, confessano. Leggi il seguito di questo post »

 

Enrico Fiore, Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Enrico Fiore e Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Sventurata la terra che non ha eroi”, dice l’allievo di Galileo Galilei, nell’opera di Bertold Brecht, per rimproverare al suo maestro l’atto di abiura. Questi, tra sé, risponde: “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Il mondo è ancora un posto che deve essere salvato dal coraggio degli uomini, di quelli che vanno contro, che non si fermano per paura, che hanno affrontato la morte e hanno vinto. Di uomini come il poeta greco Jannis Ritsos. “Ho ancora davanti a me il ricordo dei suoi occhi, determinati, sicuri, ma allo stesso tempo rassicuranti per chi lo guardava”, ha detto di lui il giornalista e critico teatrale Enrico Fiore, durante il suo racconto, questa mattina, presso la sede storica della Biennale. Leggi il seguito di questo post »

Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Canterò le madri che accompagnano i figli verso i loro sogni, per non vederli più la sera sulle vele nere dei ritorni”. Recita Roberto Vecchioni in Euridice. Le madri dello spettacolo Le donne e il mare, corale mediterraneo di Enrico Fiore, diretto da Orlando Forioso, ispirato all’opera di Jannis Ritsos, che debutterà oggi, al teatro Piccolo Arsenale, alle ore 20.30, aspettano i loro uomini, partiti per luoghi lontani: li aspettano insieme, per condividere l’attesa, ma anche le paure, i propri ricordi, la memoria che diventa, quindi, collettiva.

Il regista, giovedì pomeriggio, ha voluto incontrare gli studenti, presso la biblioteca dell’Università Ca’ Foscari, alle Zattere, non solo per introdurre il suo spettacolo, ma anche per un confronto su temi più ampi. Partendo dalle opere del poeta greco, si è arrivati a oggi, a quanto siano attuali le sue liriche. In effetti, ne Le vecchie e il mare di Ritsos, il mito precipita nella realtà quotidiana, nelle difficoltà che si affrontano ogni giorno. L’autore osservava il mondo per poi tramandarlo attraverso la poesia.

“Le donne di questo spettacolo – ha spiegato Forioso – sono fuori della storia. Non sono le grandi donne del mondo, hanno vissuto in un porto, aspettando i propri cari. Si sa che non torneranno. Il senso della loro esistenza non è in quel momento, ma nell’attesa stessa”. Sono un insieme, quindi, una collettività. Hanno perso completamente la loro individualità. Non hanno neanche un nome. Sono donne che hanno dimenticato anche il dolore. Appartenevano a un coro greco, ma del teatro sono rimasti solo frammenti. Insieme ricostruiranno il mondo perduto, la loro identità e, chissà, forse la loro stessa vita.

 

Massimo Munaro, Maurizio Scaparro, Francesco Siciliano, Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Massimo Munaro, Maurizio Scaparro, Francesco Siciliano, Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“L’impero, l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto”. Così si presenta l’imperatore descritto da Marguerite Yourcenar, in Memorie di Adriano. E gli ultimi tre spettacoli, presentati oggi in conferenza stampa, presso la sede storica della Biennale, derivano ancora una volta dai miti, dall’eredità greca, dalle forme eterne di riflessione che caratterizzano questo mediterraneo.

Il mito della ragione contro l’ignoranza, ovvero Il Ciclope di Euripide, nella reinvenzione di Enzo Siciliano, diretta ed interpretata dal figlio Francesco, che andrà il scena questa sera e domani sera, alle ore 20.30, al teatro Giovanni Poli Santa Marta. “Ulisse sconfigge il Ciclope perché ha conservato il suo sapere. E, quindi, sopravvive”, ha detto il regista, ricordando quanto la paura di essere sconfitti dal proprio ciclope, spesso, renda l’uomo incapace di reagire. “Il sapere è un fatto condiviso – ha continuato – e dipende da noi decidere se investire o meno in noi stessi”. Uno spettacolo giocato sulle parole e sul linguaggio: immediati e semplici elementi tipicamente umani. Ad un solo attore, pur nel contrappunto musicale, interpreterà tutti e quattro i personaggi in scena, ovvero Ulisse, Polifemo, Sileno (il pastore che fa da ponte tra sapere e ignoranza) e il coro. Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Mare che unisce, mare che divide. Mare che sfugge, nella forma e nel colore. Mare che è difficile da possedere, mare che non si può bere, mare che fa riemergere e che nasconde per sempre. “Non è importante da dove si è partiti. Tutti i mari sembrano uno solo. Ciò che cambia è la navigazione. Alcuni naviganti tornano, altri no”. È l’attore Alessandro Baldinotti a introdurre lo spettacolo Midrash / Hikayàt – Racconto sul Mediterraneo di Predrag Matvejević, diretto da Salvino Raco, andato in scena ieri pomeriggio al Teatro Giovanni Poli Santa Marta. Seduto su una sedia, quasi in equilibrio, inclinato verso l’abisso, separato dal pubblico da un telo che è, insieme, superficie sulla quale proiettare le immagini e segno di una distanza tra la terra (la platea) e il mare (il palcoscenico), introduce le parole del Breviario mediterraneo. Associazioni, ricordi, foto, descrizioni e, sempre presente, l’ombra dei conflitti. Perché il mare è il luogo delle contraddizioni, della realtà e dell’illusione, della vita e della morte. Il mare è un palcoscenico aperto in cui si giocano ruoli insignificanti e fatali. Chissà poi se la terra è più sicura. Leggi il seguito di questo post »

Gianni Di Capua, Carmelo Alberti; foto di Zaira Zarotti

Gianni Di Capua, Carmelo Alberti; foto di Zaira Zarotti

Un film è un falso per definizione. Il film è il mondo della lusinga; è fabbrica, inimitabile e insostituibile, di sogni, passioni, emozioni e misteri. Anche quando vuole dire il vero, quando intende documentare una realtà specifica, lo fa fabbricando una finzione, una simulazione, un falso. Il cinema è una costruzione, un artefatto dell’uomo, il quale si esprime dal suo angolo visuale. Mentre il mondo si caratterizza per la sua presenza, il racconto è sempre nel segno del dopo e dell’altrove. Il cinema delle origini è, anch’esso, un ibrido tra documentario e finzione. Il film sugli operai al termine dell’orario di lavoro è un finto vero. I fratelli Lumière, ne L’uscita dalle fabbriche, infatti, girano due volte la scena perché la prima presenta difetti di esposizione. Ma il cinema racconta storie e, nel suo raccontare, è tanto più vero della vita. La realtà non è nulla, non ha nulla da raccontare. Affinché diventi conoscibile, il mondo deve essere narrato: qualunque cosa, per esistere, ha la necessità di essere rappresentata. Proprio da questo bisogno di registrare e consegnare alla memoria il Laboratorio Internazionale del Teatro, svoltosi nell’ottobre-novembre 2008, è partito il progetto di Gianni Di Capua, che ha coordinato gli studenti del Tars di Venezia, allo scopo di realizzare una serie di cortometraggi, proiettati ieri pomeriggio all’Auditorium Santa Margherita. Leggi il seguito di questo post »

Vanessa Gravina e Antonio Salines; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Vanessa Gravina e Antonio Salines; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Ulisse è morto”, continua a ripetere di se stesso il protagonista dell’Odissea, nello spettacolo andato in scena sabato e domenica sera al Teatro Goldoni. Ha già perso prima di andare per mare durante i dieci lunghi anni. Non troverà alcuna redenzione, perché non lo desidera. Non troverà neanche la morte, perché è troppo grande per lui. Ci vorrebbe troppo coraggio e non ne è degno. Non ritroverà neanche il suo amore, poiché è un sentimento che non può permettersi. Il suo mondo non è stato distrutto, semplicemente, non c’è più. Forse non è mai esistito. Questo è l’uomo descritto da Alberto Savinio e rappresentato dal regista Giuseppe Emiliani, nella sua opera Capitano Ulisse. Quello interpretato da Antonio Salines è un uomo stanco, sfiduciato, annoiato, a tratti autoironico, nell’accezione più triste, quando si confronta con il narratore, vero protagonista di questa storia. Già il regista aveva avvertito, in conferenza stampa, di aver scelto appositamente un attore che rendesse la situazione di confusione in cui si trova il personaggio omerico. Un uomo che deve tornare a casa, non perché essa sia il suo desiderio, ma perché si è stancato di viaggiare. E, così, lo spettatore, abituato ad almeno due versioni del racconto, abituato a un Ulisse vivo, sempre in movimento, verso casa o verso il mare, vede davanti a sé la negazione dell’azione. E non può che rimanerne spiazzato. Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il rumore del mare trascina lo spettatore nella realtà di Napoli, la città ricoverata, il manicomio, la città che, distrutta, si rialza sempre. I corpi degli attori emergono dal buio. Sono trascinati dalla corrente della vita e della paura. Corrono, ognuno con il proprio bagaglio, in circolo, perché non c’è più un posto in cui andare. La guerra ha distrutto tutto, ma non la forza degli abitanti della città. Almeno, non di quelli che si ritrovano insieme nel rifugio antiaereo, a condividere la tragedia della seconda guerra mondiale. Rappresentanti di quella popolazione partenopea che, stretta tra i tedeschi e gli alleati, riuscì a liberarsi durante le “quattro giornate di Napoli”, dal 27 al 30 settembre del 1943. Morso di luna nuova, spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove, diretto dal regista Giancarlo Sepe, basato sul racconto per voci in tre stanze di Erri De Luca, con l’alternarsi di luce e buio, con il rumore delle bombe e il silenzio del terrore, ha ricordato all’uomo la sua fragilità. Quanto tutto sia precario e instabile e quanto, allo stesso tempo, sia forte la capacità di resistere. La “Napoli che sta sotto” è capace di distruggere la “Napoli che sta sopra”. Anche se l’unica arma a disposizione è l’autoironia. Leggi il seguito di questo post »

 

Giuseppe Emiliani; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Giuseppe Emiliani, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Le vette cercano gli abissi”, aveva detto lo psicoanalista junghiano James Hillman. L’Ulisse descritto da Alberto Savinio, protagonista di una delle sue prime opere, scritta nel 1925, Capitano Ulisse, è un uomo solo, troppo intelligente per non sentirsi estraneo e fuori posto. Un uomo che scivola negli abissi, tormentato dal desiderio. Non un desiderio che spinge ad agire, bensì quello che distrugge, che rende incapaci di credere e, quindi, di fermarsi. Il suo viaggio non è, come quello omerico, il cammino verso qualcosa da raggiungere, ma piuttosto una strada verso se stesso, nella continua ricerca della sua identità. È un anti-eroe, poiché non vuole cambiare, non ha una meta, ha la necessità di capire se stesso, ma forse non la voglia.

E, per questo, è un uomo. Insegue diverse donne ma non le riconosce, poiché sono solo un modo per esistere, l’oggetto sempre mutevole del suo desiderio. Questo è il protagonista dello spettacolo diretto da Giuseppe Emiliani, Capitano Ulisse, che debutterà al Teatro Goldoni, domani, alle ore 20.30. Una messa in scena che deriva dal lavoro laboratoriale svoltosi alla Biennale nel  novembre scorso, che si propone di recuperare il testo di Savinio, ormai quasi dimenticato. È un Ulisse (interpretato da Antonio Salines) che vive nella continua ansia di trovare qualcosa, per poi accorgersi di averla già, un uomo che desidera sempre la stessa persona. Motivo per cui, come ha spiegato il regista, intervenuto alla conferenza stampa, sarà un’unica attrice, Vanessa Gravina, ad interpretare tutte le donne della storia, Circe, Calipso e Penelope. In scena, nel ruolo di un narratore che rimanda evidentemente allo stesso Savinio, sarà Virgilio Zernitz.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il mito è l’animazione della natura e della vita come primordiale conoscenza umana. Con il mito i misteri dell’esistenza tendono a formulare una prima spiegazione. In una realtà che non offre più certezze, esso rassicura, ricorda all’uomo le sue necessità. Per questi motivi, la struttura e gli archetipi del mito sono alla base della narrativa contemporanea. Cosa molto chiara per i drammaturghi Stefano Ricci e Gianni Forte, che hanno adattato il testo di Aristofane per il Ploutos (o della ricchezza), spettacolo diretto da Massimo Popolizio, che ha già debuttato a Roma. Gli stessi sono autori di una tra le fiction tv più gradite al pubblico, I Cesaroni, che ha appunto la forza del linguaggio diretto, della storia quotidiana, della leggerezza non leggera. Come dovrebbe essere la televisione, quando assolve alla sua funzione. Leggi il seguito di questo post »