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Perché fare critica? E perché chiederselo proprio ora che la Biennale si è appena conclusa?

Prima la risposta alla seconda domanda: perché è solo con la pratica che si impara a patirne le conseguenze sulla propria pelle e a prendere coscienza del peso delle parole dette. Se poi la critica è percepita anche dall’opinione pubblica, o almeno da un certo numero di persone, si arriva anche a comprendere quali dinamiche vengono da lei messe in moto, dinamiche sociali, emotive, politiche ed economiche. Quindi solo dopo un periodo di pratica si può cercare una risposta alla prima domanda. Forse però, per arrivare alla soluzione del quesito, è meglio rovesciarlo al negativo: perché non fare critica?

Si può decidere di non esprimere un giudizio per tanti motivi: per codardia, per mancanza di capacità di analisi, per poca fiducia in se stessi, per comprensione nei confronti di chi dev’essere valutato. Ma forse alla base c’è la paura, la paura di giudicare in quanto processo che porta inevitabilmente all’essere giudicati: perché nessuno ama essere oggetto di critiche, anche di quelle mosse con le migliori intenzioni. In fondo siamo tutti permalosi, e sentire che il nostro operato viene analizzato dall’esterno ci scuote, ci intimorisce, perché sappiamo che potremmo non saper ribattere o peggio ancora potremmo accorgerci del vuoto che sta alla base del nostro pensiero.

 

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Ulisse e i suoi compagni che sbarcano  in Sicilia, dove vengono catturati dal ciclope Polifemo per essere mangiati; l’espediente del re di Itaca di far ubriacare il gigante per accecarlo con un palo incadescente, per poi fuggire via mare, lasciando il mostruoso figlio di Poseidone gridare al vento che “Nessuno” l’ha reso cieco: una vicenda tragica? Per la memoria collettiva sì.

Non per Euripide tuttavia, che ha trasformato l’intero episodio dell’Odissea in una parodia, componendo l’unico dramma satiresco dell’antichità arrivato a noi integralmente. Oltre a Polifemo, Ulisse e i suoi compagni, nell’opera compare Sileno, l’anziano satiro servo di Dioniso, e il gruppo dei satiri, con la funzione di coro,  che lo affiancano al servizio del ciclope.

 

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“Aria che porta al mare,

     che chiuso in gabbia diventa acqua,

          che è donna, che è vita, che è terra”

 

 

 

 

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Fondamenta dell’Arsenale, una svolta a destra, ed ecco: una folla, allegra, ciarliera, mista per età e provenienza. Fuori dal Teatro Piccolo Arsenale già l’atmosfera contagia positivamente, ricca di quella rilassatezza sorniona tipica delle domeniche pomeriggio, quando si può assaporare il tempo lasciandolo scorrere senza intrappolarlo in un orologio.

Entrando nella sala poi, per assistere allo spettacolo Nero Inferno, ci si accorge che i tredici bambini di Jenin, provenienti dalla Cisgiordania,  sono già sul palco ad attenderci, immobili, ognuno sotto una lampadina sostenuta da un lungo filo sottile, circondati da una scenografia scarna di nude pareti di mattoni e pannelli neri allineati intorno al perimetro del palco.

 

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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Abdelkebir Rgagna. Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Come spesso si sottolinea, uno degli aspetti che caratterizzano positivamente il teatro è la sua irripetibilità. Ogni evento è a sé, aperto alle mille possibilità del caso, potenzialmente pronto a sfociare in qualcosa di diverso ad ogni rappresentazione.

Anche la seconda replica di Bladi mon pays, venerdì 27, ha confermato la regola: il pubblico non sembrava più diviso in due, in una parte marocchina e in una italiana; non ci sono state risate di alcuni che sconcertavano altri, solo quelle di un bambino, squillanti e incontenibili, davanti a un balletto buffo dell’attore. Bisogna però anche osservare che la parte marocchina non si presentava molto numerosa, poiché il cospicuo gruppo di connazionali in viaggio verso Venezia è riuscito ad entrare in teatro solo alla chiusura del sipario.

Insomma, non hanno potuto assistere allo spettacolo proprio coloro ai quali era rivolto. Il regista Driss Rokh infatti, già durante la conferenza stampa di giovedì 26, aveva sottolineato l’importanza di lanciare un messaggio a tutti gli emigrati maghrebini: restare in patria, non cullare inutili sogni di viaggi verso terre che ingoiano i nuovi venuti, più che accudirli. Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Lo spettacolo S’ard-I danzatori dalle stelle è proprio come Ruggero Gunale, protagonista di Il quinto passo è l’addio di Sergio Atzeni. La testa, per Gunale vera e propria sala comandi di un mezzo di trasporto, è il regista Marco Parodi, mentre le cinque entità che la abitano sono le diverse parti che compongono ogni messa in scena, che solo con un equilibrato “ballo a cinque passi” possono creare vera armonia.

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Driss Rokh. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Driss Rokh. Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Sarà perché il Carnevale si è concluso o perché l’articolo scritto da Baricco sulla “Repubblica” ha indignato tutti coloro che si occupano di teatro, ma oggi, giovedì 26, la sala conferenze di Ca’ Giustinian era gremita di giornalisti, registi, attori, assessori e semplici ascoltatori.

Tanti gli spettacoli presentati in questo terzo incontro, collegati dal filo tematico del viaggio: viaggio come fuga, nella speranza di una terra migliore; viaggio come percorso dall’oppressione alla libertà; viaggio come ritorno, magari per decidere subito di ripartire; viaggio come scambio di capacità.

I primi a parlare sono stati gli ospiti provenienti dal Marocco, per presentare lo spettacolo Bladi mon pays, in scena al Teatro Giovanni Poli Santa Marta il 26 e il 27 febbraio. Prodotta dal Théàtre National Mohammed V di Rabat, che negli ultimi anni cerca di seguire una politica di apertura internazionale e finalmente riesce ad essere presente alla Biennale di Venezia per la prima volta, la messa in scena è basata su un testo scritto dallo stesso regista, Driss Rokh, nel 1999 durante una tournée in Francia. Visitando le varie città francesi Rokh ha chiesto agli immigrati maghrebini come percepivano la loro presenza nel nuovo stato, fino arrivare a comprendere che l’integrazione nella sua pienezza non veniva mai raggiunta. Ne è nato così un testo sull’immigrazione clandestina, su questi viaggi di speranza che spingono a tentare la sorte per una vita migliore, che si trasforma presto in una realtà di degradazione, stenti e delinquenza. Una storia di un doppio malessere: quello provato in patria e quello da affrontare nella nuova terra raggiunta.

 

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Davide Livermore e Alfonso Antoniozzi. Foto di Zaira Zarotti

Davide Livermore e Alfonso Antoniozzi, foto di Zaira Zarotti

Un’anziana signora staziona immobile su una sedia a rotelle al centro del palco. L’occhio distratto dello spettatore appena giunto al teatro Goldoni per assistere a Le sorelle Brontё genera una leggera inquietudine appena la scorge, inquietudine che verrà poi a tratti enfatizzata dall’assurda storia narrata e a tratti cancellata dalla leggerezza con cui viene affrontata.

 

In una casa di riposo per anziani artisti si inscena uno spettacolino domestico basato sul libretto di Bernard de Zogheb per un’opera mai realizzata, sulla vita delle tre scrittrici inglesi, fatte viaggiare dallo Yorkshire a Brussella (Bruxelles) e trasformate in ragazze dall’ambigua reputazione.

 

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Raffaella Azim, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Raffaella Azim, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Perché non scegliere una donna per parlare di Mediterraneo? Penelope, Antigone, Medea o Elena? No, una donna viva, in carne ed ossa, cosciente delle differenze culturali che intercorrono tra Europa e mondo arabo e ancora capace di abbattere pregiudizi antichi all’età di sessantanove anni.

Insomma una donna come Fatema Mernissi, docente di sociologia presso l’università di Rabat Mohammed V, studiosa del Corano, scrittrice letta in tutto il mondo e premiata nel 2005 dalla Fondazione Laboratorio Mediterraneo- Maison de la Méditerranée con il premio Mediterraneo di cultura per  “aver saputo descrivere gli elementi di ricchezza nella vita relazionale delle donne nella società marocchina” ed aver colto fattori di trasformazione che “all’interno del mondo arabo offrono nuovi strumenti all’interazione tra società tradizionali e universo cosmopolita globalizzato”. Tutte queste ragioni già bastano per motivare la scelta di leggere alcuni suoi brani nel reading L’amore nei paesi musulmani promosso dalla Biennale.

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Mar Mediterraneo inteso come diversità di paesaggi, come fusione di popoli, come origine di una comune cultura, ma anche come crogiolo di lingue. In alcuni spettacoli di questa Biennale si nota una particolare attenzione nei confronti del linguaggio: sia nel tentativo di trovare un esempio di lingua unificatrice, come quella “franca” parlata e cantata in Le sorelle Bronte, con cui si è aperto il Festival; sia nel voler prestare particolare attenzione alle potenzialità presenti in una specifica.

In L’impresario delle Canarie, in scena domenica 22 febbraio e lunedì 23 al Teatro Giovanni Poli Santa Marta, sarà proprio la lingua italiana ad essere indagata, nell’unico ambito in cui può ancora essere considerata come lingua internazionale: il teatro musicale.

Per questo motivo il regista  Lorenzo Salveti ha scelto di trasporre in recitato la scrittura di Pietro Metastasio,  magnifico poeta e librettista del Settecento che riuscì ad imporre a livello europeo l’italiano come lingua d’opera e di teatro. Il suo linguaggio lucido e cristallino, che riesce a fondersi con perfetta naturalezza alla partitura musicale, e la struttura controllata delle sue opere, in cui l’azione perde d’importanza davanti  all’indagine degli stati d’animo dei personaggi, divennero per un intero secolo un esempio da imitare.

Come direttore dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, Salveti ha sentito la necessità di riflettere sul significato attuale della nostra lingua, gettando un occhio alla tradizione e un altro alla possibilità di sperimentare, in accordo con la filosofia adottata dall’Accademia di svecchiare le proprie  modalità d’insegnamento.

I ragazzi del II anno  si sono così dovuti confrontare con un autore antico e le sue opere meno conosciute, quali gli Intermezzi, le Azioni, le Feste Teatrali, le Cantate e le Rime, per spingere con nuove parole la fantasia dello spettatore verso spazi e tempi lontani, saltellando dal Mediterraneo all’Estremo Oriente.

L’esperimento incuriosisce per i suoi possibili risvolti: una lingua passata è sì una lingua morta, ma anche nuova proprio perché dimenticata, e l’improvviso ricordarla – rendendola ascoltabile – potrebbe far scoprire terre di linguaggio non ancora esplorate o germi di espressioni da sviluppare, ma anche rimanere semplice eco vuoto di suoni indecifrabili, che non comunicano più nulla.