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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti 

 

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Suggestioni e emozioni di paura, sofferenza, angoscia; coinvolgimento istintivo e viscerale dello spettatore da parte dell’attore: questo è il Teatro del Lemming.

La legge di Dio opposta alla legge degli uomini; il dolore di una donna – Antigone – che trova inaccettabile e contro ogni diritto umano il rifiuto da parte di un uomo – Creonte –, e delle sue civili leggi, il non poter seppellire il fratello – Polinice –, solo perché nemico della città di cui l’uomo in questione è governatore: questo è Antigone di Sofocle.

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Foto di Fabio Bordot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Tredici lampadine illuminate appese al graticcio, tredici bambini vestiti di nero, ognuno sotto ad una lampadina. E’ in questa atmosfera di attesa, fatta di luci ed ombre, che si mostrano al pubblico i giovani attori palestinesi, protagonisti di Nero Inferno, prima parte di una trilogia in divenire, andato in scena sabato e domenica al Teatro Piccolo Arsenale.

Ed è il ritorno a un teatro solamente fisico fatto di puro gesto e azione, senza l’intromissione della parola: il Gruppo Ponte Radio ha lavorato con i bambini di Janin, molto teneri nelle loro movenze, cercando di portarli a trasmettere con molta naturalezza e ingenuità tutta l’angoscia e la tristezza di una guerra. E quella israelo-palestinese è la guerra qui evocata: un’infinita carneficina di cui essi sono vittime e con la quale hanno dovuto imparare a convivere. Tutto dello spettacolo rimanda ai bombardamenti, all’attesa e alla paura della morte, creando sensazioni di angoscia e tristezza che come macigni piombano addosso alla platea, lasciandola inerme. L’impossibilità di fare qualcosa, unita al desiderio di trovare una soluzione a tanto dolore apre uno spiraglio di empatia, in cui lo spettatore riesce realmente a sentirsi vicino ai bambini attori e alla loro storia. Non c’è un racconto né frasi drammaticamente tragiche, ma solo un gioco con pannelli neri che ogni bambino muove nello spazio, formando continuamente ambienti diversi e restituendo il suono dei carri armati che arrivano, che vagano alla ricerca di qualcuno da colpire. Al rumore delle ruote dei pannelli si aggiunge quello prodotto da biglie che cadono a terra, che invece di far pensare a momenti ludici riproducono il suono di spari di fucili o mitragliatrici. Una melodia in lingua araba cantata da una bambina dà voce alle pause, ai momenti in cui si riprende fiato aspettando nuovi e tremendi rumori.

Con estrema semplicità e grazie alla notevole presenza scenica dei piccoli attori, Alessandro Taddei, regista di Nero Inferno, è riuscito a mettere in scena una realtà dolorosa, complicata e controversa, senza rimanere vittima di facile retorica, senza rendere patetica la storia della terra dei protagonisti dello spettacolo.

Foto di Fabio Bordot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Partendo dal presupposto che probabilmente qualsiasi rappresentazione teatrale sia politica, nel senso più ampio e bello del termine, va chiarito che non solo quel teatro che comunemente viene definito dalla critica “politico” e socialmente impegnato, sia il “vero” teatro. Se così fosse, non avrebbe più senso mettere in scena Eschilo o Shakespeare, che non necessariamente facevano riferimenti espliciti alla società in cui vivevano, ma più un ragionamento sull’uomo e sul teatro stesso.
Tutto questo per fare chiarezza sulle prese di posizione nei confronti de L’impresario delle Canarie, la presentazione di laboratorio dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”; per porre l’attenzione sulla forse troppa superficialità con cui si va a teatro e con cui si guarda una messa in scena, col rischio di dar per scontato la complessità teatrale. La presentazione del laboratorio fatta dagli allievi attori del secondo anno della celebre accademia teatrale romana, che pregiudizialmente poteva apparire vecchia e polverosa, in realtà aveva l’aria di essere uno spettacolo a tutto tondo, coerente seppur nella sua poca durata.

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Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Quando si sceglie di parlare attraverso un testo molto noto, radicato nella tradizione teatrale e culturale, è necessario che questo venga svuotato dei contenuti ormai vecchi e logori per essere invece rinnovato o mutato in un portatore di un’attualità che possa scuotere e far pensare. Non essere solo il racconto di qualcosa di passato, ma la dimostrazione di quanto l’uomo, nonostante abbia la possibilità di imparare dai propri sbagli, in realtà sia sempre e comunque uguale a se stesso, se non addiruttura più feroce nel reiterare i propri errori.

 

Andrès Lima nel suo Argelino servidor de dos amos, andato in scena ieri sera al Teatro Toniolo di Mestre, ha scelto all’interno de L’Arlecchino goldoniano, il tema del servo vessato, per renderlo espressione dell’immigrato di oggi che dall’Africa scappa convinto di trovar fortuna sulle sponde opposte del mediterraneo. Arlecchino, che nella trasposizione spagnola dell’opera è diventato Argelino, da tradizionale e divertente si è trasformato in una maschera tragica affamata e capace di qualsiasi cosa per riempire lo stomaco.

 

Questa messa in scena dalle tinte molto accese e provocatorie, in cui i rapporti tra i personaggi sono fortemente estremizzati, fino a sfiorare in alcuni punti l’osceno, conduce a una visione molto cruda e realista che il regista spagnolo ha della società in cui viviamo, soprattutto quella spagnola. Questo traspare anche dalla riscrittura del testo, molto divertente e ironico, che Lima, assieme ad Alberto San Juan, drammaturgo dello spettacolo, ha cucito magistralmente in spagnolo e in arabo utilizzando le improvvisazioni degli attori e il canovaccio di Goldoni. Rimane, di questa lineare operazione di riadattamento fatta dalla madrilena compagnia Animalario, un dubbio sulla reale necessità di esplicitare così prepotentemente i rapporti viziati e viziosi che intercorrono tra i personaggi. Le continue scene di sesso, che coinvolgono Clarisa, interpretata da Elisabet Gelabert, Beatriz, interpretata da Virginia Nölting e Florindo, interpretato da Nerea Moreno, oltre a chiarire la metafora del confronto violento e immediato tra i corpi dei personaggi, appesantiscono però la messa in scena togliendo qualsiasi tipo di sorpresa: il rischio è quello di diventare ridondanti e scontati fino ad affievolire la prima sensazione di stupore e divertimento.

 

L’eccessiva forzatura sessuale viene smorzata dall’ironia e dalla bravura di Argelino, interpretato da Javier Gutiérrez che, con disperazione, si aggira alla ricerca di cibo nella essenziale scenografia creata da Beatriz San Juan, autrice anche dei costumi, mantenendo unito uno spettacolo, che pure,  a tratti, tende a perdersi in sbavature.

 

foto di Paco Manzano

Javier Gutiérrez, foto di Paco Manzano

 

Se Italo Calvino definiva un classico “un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire” non possiamo non considerare Il servitore di due padroni, canovaccio scritto nel 1745 da Carlo Goldoni, un classico del teatro. Il testo, noto anche come Arlecchino servitore di due padroni, nel corso degli anni è stato oggetto di molte riletture e ha preso vita sulla scena adattandosi alle volontà espressive di più artisti, anche stranieri, che ne hanno fatto un veicolo attraverso il quale esprimere la loro necessità teatrale. A partire proprio dalla indimenticabile regia di Giorgio Streher, che dal 1947 viene rappresentata in tutto il mondo, e che da quarantanni vede nei panni del protagonista Arlecchino lo straordinario Ferruccio Soleri.
Probabilmente anche Andrés Lima, regista spagnolo dello spettacolo Argelino sevidor de dos amos, in scena al Teatro Toniolo di Mestre il 20 e il 21 febbraio, considera questo intramontabile testo capace di riportare a oggi, anche a distanza di secoli dalla sua prima scrittura, il vincolo di sottomissione che lega un servo al suo padrone. Leggi il seguito di questo post »