You are currently browsing Carlotta Tringali’s articles.

 

 

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Donne che non hanno identità, che non ricordano il loro nome, che continuano ad aggrapparsi ai ricordi di quelle loro vite sospese e dedite all’attesa. Sono queste  le protagoniste dello spettacolo diretto da Orlando Forioso Le donne e il mare, con cui ieri sera si è concluso il festival veneziano al Teatro Piccolo Arsenale. Con abiti che sembrano richiamare l’appartenenza a un ordine religioso, le sagome di queste sette donne vengono delineate dal riverbero delle luci fredde e omogenee che illuminano il fondo della scena, restituendo un’atmosfera onirica. Su una scenografia semplice, dove l’essenzialità di pochi oggetti pone al centro l’attenzione su una dimensione fisica e spirituale, prendono vita i sentimenti e i pensieri di queste figure quasi angeliche. La poesia greca di Jannis Ritsos ritorna attraverso la rielaborazione di Enrico Fiore e trova voce ed espressione in sette attrici eccezionali, che costituiscono un coro esemplare. Maria Grazia Bodio, Lia Careddu, Fulvia Carotenuto, Elena Ledda, Marilena Monti, Isella Orchis e Maria Grazia Sughi sono semplicemente donne che si fanno carico di questa attesa, dimenticando loro stesse, annullandosi, vivendo all’ombra dei propri uomini. Ognuna di loro restituisce piccoli quadri che vedono al centro i propri mariti e i propri figli, figure che trovano una salvezza o un posto nel mondo grazie alle loro parole, ai loro ricordi e che senza non esisterebbero.

Leggi il seguito di questo post »

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Sedie sghembe di diverse misure affollano in modo disordinato il palcoscenico del Teatro Aurora di Marghera, dove ha debuttato l’ultimo lavoro di Antonino Varvarà. Il regista siciliano, ma da tempo anima del coraggioso spazio non lontano dall’enorme raffineria, ha portato in scena un testo vagamente autobiografico – come ha dichiarato durante la conferenza stampa – spogliando se stesso delle proprie emozioni, per condividere con il pubblico in sala i ricordi, i pensieri e le sensazioni legate a chi è nato in prossimità del mare. Mare mio vede protagonista quella immensa distesa d’acqua, dove si andava a giocare da bambini, dove si passavano momenti eterni, in compagnia di chi silenziosamente ascoltava i propri pensieri. Leggi il seguito di questo post »

 

L’eterno rito dell’applauso: si chiude il sipario, si spengono le luci, si aspetta pochi secondi e il primo coraggioso che inizia a battere le mani e via, tutti insieme ad applaudire. È quanto succede ogni sera a teatro: si applaude alla fine dello spettacolo, seguendo le convenzioni che prevedono un apprezzamento delle persone in sala nei confronti di chi è in scena. L’applauso è uno dei momenti più emozionanti, riesce incredibilmente a far comunicare attori e spettatori, in uno scambio di sguardi pieni di riconoscenza, affetto e gratitudine. Si ringrazia la compagnia per le sensazioni suscitate, per il divertimento, l’impegno, il lavoro svolto: per aver portato, insomma, quella “gioia effimera di una sera” che Cesare Garboli riconosceva nel grande teatro.

Leggi il seguito di questo post »

 

Chi nasce nelle vicinanze del mare ed è abituato sin da piccolo a sentirne l’odore, a vederne il moto perenne, a perdersi nel suo orizzonte e a sognare un altrove, non può più fare a meno della sua immagine e presenza. Nato in un’isola immersa nel Mar Mediterraneo, la Sicilia, il regista Antonino Varvarà racconta in Mare mio il suo rapporto emotivo con ciò che rappresenta non solo memorie, speranze, sogni e nostalgie; ma con un intero mondo che nasconde misteri, antiche leggende, storie di eroi, di grandi e piccoli naviganti, ma soprattutto spinge l’uomo all’avventura. Essere circondati da uno scrigno che racchiude tesori fa nascere nell’uomo il desiderio di sperimentarsi e di attraversare quell’immensa distesa d’acqua che separa da altri luoghi sconosciuti.

Lo spettacolo che debutta venerdì 6 marzo al Teatro Aurora di Marghera – in replica 7 e 8 marzo –  vede in scena tre giovani attori della recentissima Accademia Teatrale Veneta e uno dell’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine. Come chi si avventura per mare, anche questi ragazzi appena diplomati sfidano loro stessi in uno spettacolo che li introduce per la prima volta nel vero mondo teatrale. Varvarà, con l’aiuto regista Francesca D’Este, i costumi di Demis Marin, le scene e le luci di Giovanni Milanese, porta la sua ciurma a bordo di Questa Nave, l’Associazione che ne firma anche la produzione, mettendo in scena un mare non nostalgico, non solo raccontato, ma agito e vissuto. Un Mediterraneo che, come affermava il poeta arabo Adonis, è padre e madre; insegna, racconta, porta verso un altrove.   

La luna nuova è una luna assente, nascosta, che lascia l’uomo solo; la sua luce, che rende sicuri i passi incerti nella notte, non è presente nello spettacolo diretto da Giancarlo Sepe e debuttato al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia. Tratto dal racconto per voci in tre stanze scritto dal controverso Erri De Luca, Morso di luna nuova affronta il periodo tragico vissuto dai napoletani durante la seconda guerra mondiale, quando la città era assediata dalle truppe tedesche.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Immerse in un buio totale si intravedono le sagome di otto figure disposte in riga, l’una di fianco all’altra. Con passo deciso si avvicinano silenziosamente verso il pubblico come se volessero frantumare la quarta parete, ma sono costretti a ritirarsi, non possono procedere oltre. Il rumore delle onde che si infrangono e si rincorrono irrompe sul palcoscenico, è proprio il mare a dettare i confini oltre cui non ci si può inoltrare; ma quello che spaventa i personaggi in scena si può solo ascoltare e non vedere. Suoni di campane, l’urlo delle sirene che avverte del pericolo di un attacco aereo del nemico e una voce tedesca, che dolcemente invita ad alzarsi, aprire gli occhi e avvicinarsi, evocano in pochi istanti uno scenario della seconda guerra mondiale.

Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Massimo di Michele, Stefania Felicioli foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Cosa succede se l’Orlando di Virginia Woolf, da storia bizzarra di un uomo che una mattina si risveglia donna, in teatro diventa una trasposizione mitologica sulla forza dell’amore e sulla ricerca dell’anima gemella? Diverse potrebbero essere le risposte; non convince appieno quella offerta dal regista Stefano Pagin che ha portato, in prima assoluta al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia, il suo spettacolo Orlando. Diciamo subito che l’allestimento risulta troppo debole e, nonostante un buon avvio, non riesce a decollare. Il testo irriverente del 1928, che la Woolf scrisse ispirandosi alla sua complessa relazione omosessuale intrattenuta con la poetessa Vita Sackville-West, lascia poco spazio a una idea registica che non sembra mettersi troppo in gioco. E in platea, così, non si è avuto “paura di Virginia Woolf” e della sua penna sarcastica e maliziosa, ma piuttosto che lo spettacolo potesse durare ancora a lungo…
Con il suo uomo-donna che attraversa quattro secoli di storia, a partire dall’epoca elisabettiana, la scrittrice ha anticipato un tema oggi molto sentito come quello del cambiamento del sesso, che Pagin ha scelto di far passare sottovoce. Come ha affermato nei giorni precedenti – durante la conferenza stampa di presentazione allo spettacolo – il regista veneto si è ispirato per lo più al mito platonico del Simposio, precisamente al momento in cui prende la parola Aristofane: se l’essere umano era all’origine perfetto, privo di qualsiasi distinzione sessuale, una volta scisso in due parti dall’invidioso Zeus, si ritrova perennemente alla ricerca della propria metà da cui è stato separato. Leggi il seguito di questo post »

Nel giorno di martedì grasso, soprattutto se si è a Venezia, ci si traveste, si balla e ci si diverte in piazza. Otello, lo spettacolo diretto da Michele Modesto Casarin e messo in scena dalla compagnia Pantakin, proprio nel giorno di martedì grasso, mostra come la maschera possa essere utilizzata per rappresentare non solo la commedia, come sarebbe da attendersi, ma anche la tragedia più cupa ed eterna, quella del Moro di Venezia. La drammaturgia, scritta da Roberto Cuppone, si ispira infatti a Othello di Shakespeare ma ne mescola la trama con i ritmi e i lazzi della Commedia dell’Arte, servendosi dei suoi personaggi fissi e inserendoli nell’intreccio. Ecco così che il vecchio e taccagno Pantalon si ritrova a essere il padre della bella e ingenua Desdemona, mentre Arlecchino entra di diritto nella famiglia come servitore. Un gioco arguto che ricalca e rinverdisce la formula del “teatro nel teatro”, con gli attori che solo nel momento in cui indossano le maschere entrano nella parte. Marta Dalla Via, Manuela Massimi, Stefano Rota, Roberto Serpi e Stefano Tosoni si cambiano in continuazione le maschere e i costumi (realizzati da Licia Lucchese), dando così vita ai ben quattordici personaggi della storia che si alternano sul palco tra gag, battute divertenti e momenti tragici, resi sempre con espedienti che mai perdono di vista la commedia. Leggi il seguito di questo post »

Ci si immerge nella memoria immaginaria del popolo sardo con S’Ard – I danzatori delle stelle, spettacolo che va in scena stasera in prima assoluta al Teatro Goldoni. Il fascino arcano di un’isola al centro del Mediterranneo e abitata da figure mitiche, che si rincorrono nella notte dei tempi, è affidata ai testi poetici di un grande scrittore quale Sergio Atzeni, autore sardo prematuramente scomparso e purtroppo troppo tardi compreso. Attraverso un percorso che intreccia alcuni frammenti dei suoi romanzi Passavamo sulla terra leggeri e Il quinto passo è l’addio, il regista Marco Parodi ha voluto presentare microstorie che mescolano la storia quotidiana dell’autore a quelle dell’isola, alla magia, al mito e alla leggenda. Il protagonista Antonino Setzu, interpretato da Luciano Virgilio, diventa così un ‘Custode del tempo’, un testimone-narratore che si fa carico di tramandare le origini di quei “danzatori delle stelle” provenienti dall’Oriente. L’adattamento, firmato dallo stesso Parodi, si avvale dell’ausilio di un musicista di eccezione come Gavino Murgia, che fonde i suoni della tradizione sarda alle melodie del jazz più contemporaneo. Un’ occasione per non perdere la liricità di una cultura a metà tra realtà e magia.

© Fabio Bortot

Maurizio Scaparro, Irene Papas, Paolo Baratta, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

In un’atmosfera surreale, sotto un cielo dalle sfumature rosee e ovattate, si intravede dal Teatro Piccolo Arsenale di Venezia la prua di una nave con le vele ripiegate, come se fosse appena approdata. Sembra che il tempo si sia fermato, si torna con la mente a quel mare nostrum un tempo solcato da monumentali velieri e teatro di avventure epiche. È tra questi sapori arcaici che ha preso vita ieri la cerimonia di premiazione del Leone d’Oro conferito a chi, in più di cinquant’anni di carriera, ha dato spessore e un vero volto ai personaggi delle tragedie greche. Irene Papas, la donna più attesa della serata, è apparsa dapprima in video, grazie a degli spezzoni di film diretti dal regista Cacoyannis in cui lo sguardo e la bravura dell’attrice ne erano protagonisti. Il suo è un volto che, come ha precisato il presidente della Biennale Paolo Baratta, oltre a essere quello di un popolo, di un’epoca e di una cultura, rimarrà da questo giorno in poi anche proprio del Festival. Lo sguardo magnetico della Papas, che riesce ad esprimere tutto il dolore e tutto lo spirito di una grande personalità senza richiedere l’ausilio di parole, è dato da una donna con doti artistiche altissime. Baratta ha continuato con l’attribuirle qualità che vanno oltre a quelle di essere sia una brava attrice di cinema che di teatro, dicendo che “sono qualità che riescono a compiere il miracolo, riuscendo a dar vita a immagini che hanno contribuito a formare la nostra cultura”. Il direttore artistico Maurizio Scaparro, dopo aver dato lettura delle motivazioni che accompagnano la consegna del Leone d’Oro alla carriera, ha aggiunto che il legame tra Grecia e Italia si è consolidato anche grazie a questa figura straordinaria e che “i due popoli possono tentare di conoscersi meglio anche attraverso l’ammirazione che entrambi provano per Irene Papas”. Un grande applauso seguito dalla consegna del Premio ha accolto l’attrice che ha ringraziato le persone per il “loro commovente amore” . Scherzando sulla sua età e sull’errore della stampa di attribuirle quattro anni in più di quanto lei in realtà abbia, Papas ha concluso la breve cerimonia con una piccola lettura scenica tratta dalla Medea di Euripide e da quella di Corrado Alvaro. Se l’atmosfera iniziale era tipicamente mediterranea, dominata dall’immobilità del tempo e dalla lentezza, la sbrigativa consegna della statuetta dorata ha riportato il tempo alla sua freneticità, tipica della modernità e della realtà che ci circonda.

Se Ulisse ha dovuto aspettare ben venti anni per il suo ritorno in patria, la bella Penelope televisiva, diretta da Franco Rossi nel 1967 in Le avventure di Ulisse e due anni più tardi in Odissea, ha dovuto attendere molto più tempo per vedersi riconosciuto il Leone d’Oro alla carriera. Irene Papas, la più grande interprete della tragedia greca rimasta nei cuori degli italiani proprio per aver interpretato la parte della bella regina in attesa negli anni ’60, aggiunge un premio di prestigio alla sua lunga carriera iniziata in età adolescenziale e proseguita in crescendo. In bilico tra cinema e teatro, la sua è una figura che non si dimentica facilmente grazie a quello sguardo che racchiude il fascino della cultura mediterranea. Nata nei dintorni di Corinto nel 1926, Irene Papas ha conosciuto il successo internazionale sul grande schermo grazie al film vincitore di tre premi oscar Zorba il greco girato dal regista suo connazionale Michael Cacoyannis. Leggi il seguito di questo post »