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Quante e quante volte si chiederà ancora “cos’è il Teatro?” Quante e quante volte si cambierà risposta… Un’immagine, un colore, una parola. Qualcosa di chiaro e indistinguibile. Una presa di posizione rispetto il mondo, un mondo in risposta ad un altro mondo, una domanda in risposta ad un’affermazione e viceversa…Un quadro.
Esco dallo spettacolo NeroInferno con un’immagine fissa negli occhi. Solo mezz’ora di spettacolo, senza parole, senza azioni, senza attori. L’assenza. Eppure mi è rimasto addosso un mare di emozioni, sensazioni forti, crude, dure; difficili da mandar giù e ancora mi restano imprigionate nelle mani. Ho visto qualcosa di chiaro e preciso, tagliente, disarmato e disarmante. Allora mi alzo, applaudo, sono entusiasta, perché è questo che vorrei dal Teatro. Un’idea, una poetica, una linea chiara da seguire, una traiettoria, coerenza anche nella contraddizione; ma non è quanto vedo ultimamente. Vedo un Teatro troppo concentrato su se stesso, ritorto, articolato e balbuziente. Insicuro nelle sue scelte, e intraprendente in false battaglie. Un Teatro che si gonfia davanti allo specchio senza accorgersi che di là c’è il pubblico dormiente, spesso altrettanto ipocrita e indifferente quanto la scena.  Leggi il seguito di questo post »

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foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Ignoranza e grettezza, apatia sociale, la paura che attanaglia, il ciclope – riprendendo le parole di Francesco Siciliano – che cannibalizza ognuno di noi. Nelle settimane di Festival sono emersi molti temi che riguardano la realtà italiana degli ultimi mesi, di cui – sopratutto nel mondo della cultura – non si è affatto fieri: dalle polemiche riguardo ai sempre minori fondi devoluti al teatro, all’atteggiamento apatico e privo di pensiero che imperversa nella società, fino all’esplosiva crisi economica mondiale. Poiché viviamo un periodo di poca reattività, sensibilità e applicazione di pensiero critico, è importante sottolineare come, nella quarantesima edizione della Biennale Teatro, non sia mancata la riflessione e il dialogo riguardo la complessità di simili temi. Quando poi il dialogo si sviluppa durante le Conferenze Stampa e coinvolge registi, artisti e giornalisti, assume anche una valenza pubblica in cui, almeno in parte, si può sentire rappresenta la voce della cultura o per lo meno quella dei suoi addetti.

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L’eterno rito dell’applauso: si chiude il sipario, si spengono le luci, si aspetta pochi secondi e il primo coraggioso che inizia a battere le mani e via, tutti insieme ad applaudire. È quanto succede ogni sera a teatro: si applaude alla fine dello spettacolo, seguendo le convenzioni che prevedono un apprezzamento delle persone in sala nei confronti di chi è in scena. L’applauso è uno dei momenti più emozionanti, riesce incredibilmente a far comunicare attori e spettatori, in uno scambio di sguardi pieni di riconoscenza, affetto e gratitudine. Si ringrazia la compagnia per le sensazioni suscitate, per il divertimento, l’impegno, il lavoro svolto: per aver portato, insomma, quella “gioia effimera di una sera” che Cesare Garboli riconosceva nel grande teatro.

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Perché sia possibile il dialogo è necessario condividere un codice di comunicazione. Chi, in queste settimane, ha seguito il Festival Internazionale del Teatro ha incontrato linguaggi teatrali diversi, ma anche differenti idiomi: dal greco antico della Medea di Euripide letto da Irene Papas; allo spagnolo di Argelino servitor de dos amos; al serbo di Winter Gardens, fino a Bladi mon pays, che ha portato l’arabo e il francese dei territori magrebini. Oltre alle lingue straniere più consolidate, si è ascoltata la lingua “franca” delle Sorelle Brontё e l’italiano classico di Metastasio nell’Impresario delle Canarie.
Ma ad emergere sempre più sono i dialetti della nostra penisola che contribuiscono non poco a colorire e caratterizzare le sonorità mediterranee: la combinazione di romano, marchigiano, campano e veneziano dell’Otello della compagnia Pantakin; il romano della molto ben riuscita versione di Stefano Ricci e Gianni Forte del Pluto di Aristofane, fino ad arrivare al semplice e genuino napoletano di Erri De Luca in Morso di luna nuova.

Tante parole sono state dedicate al Mediterraneo, a questo mare che unisce e divide terre diverse, durante la Biennale Teatro sul Mediterraneo, iniziata nel 2008. E, in effetti, quante immagini, nomi famosi, leggende, miti, libri, casi di cronaca, tragedie, problemi e belle vacanze vengono in mente solo a sentirlo, questo nome: Mediterraneo.
Le ritroviamo tutte in questa Biennale, nessuna esclusa, ma con un dato che merita di essere sottolineato. Leggi il seguito di questo post »

«Tu spacciare, tu prigione, tu casa». Recita così uno degli slogan della campagna elettorale di tale Lega Veneta che campeggia sui muri di tutta la città di Padova. E poi, il secondo: «Tu produrre ricchezza… tu tenere». Così, con i tempi verbali all’infinito di gusto fascista e coloniale. Questa l’Italia in cui Predrag Matvejević si trova in asilo-esilio dagli anni Novanta, un’Italia che parla di immigrazione «solo in termini quantitativi» e che ha così tante parole per indicare lo straniero da risultare intaducibili in altre lingue: le parole sono le cose, diceva Foucault. Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Abdelkebir Rgagna. Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Come spesso si sottolinea, uno degli aspetti che caratterizzano positivamente il teatro è la sua irripetibilità. Ogni evento è a sé, aperto alle mille possibilità del caso, potenzialmente pronto a sfociare in qualcosa di diverso ad ogni rappresentazione.

Anche la seconda replica di Bladi mon pays, venerdì 27, ha confermato la regola: il pubblico non sembrava più diviso in due, in una parte marocchina e in una italiana; non ci sono state risate di alcuni che sconcertavano altri, solo quelle di un bambino, squillanti e incontenibili, davanti a un balletto buffo dell’attore. Bisogna però anche osservare che la parte marocchina non si presentava molto numerosa, poiché il cospicuo gruppo di connazionali in viaggio verso Venezia è riuscito ad entrare in teatro solo alla chiusura del sipario.

Insomma, non hanno potuto assistere allo spettacolo proprio coloro ai quali era rivolto. Il regista Driss Rokh infatti, già durante la conferenza stampa di giovedì 26, aveva sottolineato l’importanza di lanciare un messaggio a tutti gli emigrati maghrebini: restare in patria, non cullare inutili sogni di viaggi verso terre che ingoiano i nuovi venuti, più che accudirli. Leggi il seguito di questo post »

Le musiche in teatro occupano un ruolo fondamentale per la creazione dell’atmosfera totale, ma l’emozione che determinano rimane di frequente inconscia. Molto spesso, inoltre, si tratta di ricerche sonore complesse, articolate, suggestive, e che meriterebbero una notazione maggiore. Anche la Biennale Teatro ha offerto, finora, momenti musicali di altissimo livello, sonorità particolari o giochi citazionali interessanti nei quali i compositori si sono sbizzariti per offrire un exursus di possibilità sul significato del suono negli spettacoli. Leggi il seguito di questo post »

La musica in scena,
compagna di poetiche chiare,
disegna un mondo,
apre il viaggio verso terre straniere.
L’attore e il musico insieme,
unico corpo e immagine.

Gruppo Calicanto, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Gruppo Calicanto, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Parlo della musica del gruppo Calicanto per l‘Otello di Pantakin, unico spettacolo con musica dal vivo fino ad oggi, alla Biennale Teatro. Il gruppo nasce nel 1981, ha sede a Teolo in provincia di Padova, da anni organizza il Festival di Musica e Cultura Popolare del Veneto, Ande Bali e Cante, e collabora con diverse produzione teatrali e cinematografiche. La sua attenzione è rivolta agli studi etnomusicali sul territorio veneto, a quel tempo estremamente rari, sviluppa la sua intera poetica sul Folk, e sul recupero di alcuni strumenti antichi che non vengono più fabbricati: come la piva, antica cornamusa veneto-emiliana. Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Durante la visione dello spettacolo Bladi, mon pays! di ieri sera si è venuta a creare, in platea, una situazione quasi surreale.
Il pubblico era piacevolmente multietnico, composto da italiani e magrebini. I primi spostavano di continuo lo sguardo dal palco al pannello dove scorrevano i sottotitoli, i secondi, ovviamente, si godevano appieno lo spettacolo. Leggi il seguito di questo post »