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Quante e quante volte si chiederà ancora “cos’è il Teatro?” Quante e quante volte si cambierà risposta… Un’immagine, un colore, una parola. Qualcosa di chiaro e indistinguibile. Una presa di posizione rispetto il mondo, un mondo in risposta ad un altro mondo, una domanda in risposta ad un’affermazione e viceversa…Un quadro.
Esco dallo spettacolo NeroInferno con un’immagine fissa negli occhi. Solo mezz’ora di spettacolo, senza parole, senza azioni, senza attori. L’assenza. Eppure mi è rimasto addosso un mare di emozioni, sensazioni forti, crude, dure; difficili da mandar giù e ancora mi restano imprigionate nelle mani. Ho visto qualcosa di chiaro e preciso, tagliente, disarmato e disarmante. Allora mi alzo, applaudo, sono entusiasta, perché è questo che vorrei dal Teatro. Un’idea, una poetica, una linea chiara da seguire, una traiettoria, coerenza anche nella contraddizione; ma non è quanto vedo ultimamente. Vedo un Teatro troppo concentrato su se stesso, ritorto, articolato e balbuziente. Insicuro nelle sue scelte, e intraprendente in false battaglie. Un Teatro che si gonfia davanti allo specchio senza accorgersi che di là c’è il pubblico dormiente, spesso altrettanto ipocrita e indifferente quanto la scena.  Leggi il seguito di questo post »

Si alza viva la protesta dell’identità veneta: c’è chi accusa l’Argelino marocchino di lesa maestà! Ma come – si chiede con sdegno – come è possibile un Arlecchino immigrato? Qui si mina alle fondamenta l’identità veneta!

Ora, a parte il fatto che Arlecchino, per essere pedanti, era bergamasco e non veneto (ma poco importa), sul banco degli imputati, per gli orgogliosi rappresentanti della Lega, c’è da mettere lo spagnolo Andrès Lima, che ha chiesto ad un attore (peraltro gallego, nemmeno marocchino), di dare connotazioni, voci, tempi di immigrato al suo Arlecchino, servitore di due ambigui e violenti padroni.

Così, l’Arlecchino è diventato da bergamasco algerino. I rappresentanti leghisti si sono scandalizzati: chissà se hanno visto lo spettacolo, o se sono hanno sentito dire qualcosa. Magari hanno sentito che era un bel lavoro, intenso e divertente, impegnato e ben interpretato, coinvolgente e inquietante. Inquietante perché spingeva l’acceleratore su temi cari a Goldoni: la dignità dei servitori, la fame eterna, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la lotta di classe.

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