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Vanessa Gravina e Antonio Salines; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Vanessa Gravina e Antonio Salines; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Ulisse è morto”, continua a ripetere di se stesso il protagonista dell’Odissea, nello spettacolo andato in scena sabato e domenica sera al Teatro Goldoni. Ha già perso prima di andare per mare durante i dieci lunghi anni. Non troverà alcuna redenzione, perché non lo desidera. Non troverà neanche la morte, perché è troppo grande per lui. Ci vorrebbe troppo coraggio e non ne è degno. Non ritroverà neanche il suo amore, poiché è un sentimento che non può permettersi. Il suo mondo non è stato distrutto, semplicemente, non c’è più. Forse non è mai esistito. Questo è l’uomo descritto da Alberto Savinio e rappresentato dal regista Giuseppe Emiliani, nella sua opera Capitano Ulisse. Quello interpretato da Antonio Salines è un uomo stanco, sfiduciato, annoiato, a tratti autoironico, nell’accezione più triste, quando si confronta con il narratore, vero protagonista di questa storia. Già il regista aveva avvertito, in conferenza stampa, di aver scelto appositamente un attore che rendesse la situazione di confusione in cui si trova il personaggio omerico. Un uomo che deve tornare a casa, non perché essa sia il suo desiderio, ma perché si è stancato di viaggiare. E, così, lo spettatore, abituato ad almeno due versioni del racconto, abituato a un Ulisse vivo, sempre in movimento, verso casa o verso il mare, vede davanti a sé la negazione dell’azione. E non può che rimanerne spiazzato. Leggi il seguito di questo post »

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Virgilio Zernitz e Antonio Salines, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Virgilio Zernitz e Antonio Salines, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

 

Nella messa in scena di Capitano Ulisse l’esplicita intenzione di Giuseppe Emiliani di appropriarsi del mondo di Savinio rasenta la perfezione. E’ una vera e propria attuazione, letterale verrebbe da dire, del manifesto del Teatro d’Arte di Pirandello per cui Savinio nel 1925 aveva scritto il testo, e questo forzando le intenzioni dello stesso autore.

 

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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Che non fosse, in definitiva, un’eroe lo si sospettava. Ma che fosse un mezzo cialtrone, un vigliacco, succube delle donne che pure insegue spasmodicamente, non s’era mai detto in modo così chiaro. Di Ulisse, si sa, s’è scritto tutto e il contrario. Senza dubbio ha precorso il turismo sessuale: peregrinava, in giro per il Mediterraneo, a caccia di donne. Poi, però, da vecchio romantico, si innamorava, e si fermava. E qui lo coglie Savinio, quando scrive Capitano Ulisse: fermo ingabbiato prima da Circe poi da Calypso. E lui, che si sfiacca ad aspettare, a vivere nell’apparenza decadente della prima e nell’agio noioso della seconda. Poi, però, quando finalmente torna a casa, si impantana al confronto con Penelope: la stessa faccia, le stesse pretese, le solite noie. Ma lui, che pure dovrebbe o potrebbe ripartire, in realtà si adegua – ancora una volta – e resta, consolandosi a cena con un vecchio amico… Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Quando si trova uno spettacolo bello, efficace, le parole ed i complimenti scorrono sulla tastiera senza quasi pensarci. Lo stesso vale nel caso opposto: di fronte a uno spettacolo brutto, insignificante e noioso la stroncatura viene naturale; occorre, semmai, prendere il tempo per curare i toni e non risultare offensivi. Per Capitano Ulisse , di Alberto Savinio andato in scena con la regia di Giuseppe Emiliani, i pensieri si contorgono, e si fatica a delinearli in modo chiaro. Gli aggettivi sembrano venire meno, di fronte a questa messa in scena che difficilmente può completamente piacere, ma che è impossibile liquidare frettolosamente. Leggi il seguito di questo post »

Il Capitano Ulisse, edizione scenica dell’omonimo testo di Savinio per la regia di Giuseppe Emiliani, è un lavoro complesso, ricco di sfumature, che non lascia spazio a giudizi inappellabili, ma che pone lo spettatore in una condizione di continua riflessione.

Il testo di Savinio, scritto nel 1925 per il Teatro d’Arte di Pirandello, fu rappresentato solo nel 1938 con scarso successo. Dopo la pubblicazione in un centinaio di copie (nel 1934) esso ha subito il destino di un rapido oblio: ad Emiliani dunque il merito di aver riproposto una drammaturgia tagliente, difficile, pensata e scritta in un’epoca precisa, il fascismo, ed in anititesi ad un’etica ed un’estetica dell’arte vicina al dannunzianesimo. Un’epoca che ha “vestito il Teatro del suo colore del lutto, il nero”. Savinio dunque propone una critica sottile ed ironica, propria del suo stile pungente, ad un modello letterario che è anche un modello esistenziale.

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti
Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

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Giuseppe Emiliani; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Giuseppe Emiliani, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Le vette cercano gli abissi”, aveva detto lo psicoanalista junghiano James Hillman. L’Ulisse descritto da Alberto Savinio, protagonista di una delle sue prime opere, scritta nel 1925, Capitano Ulisse, è un uomo solo, troppo intelligente per non sentirsi estraneo e fuori posto. Un uomo che scivola negli abissi, tormentato dal desiderio. Non un desiderio che spinge ad agire, bensì quello che distrugge, che rende incapaci di credere e, quindi, di fermarsi. Il suo viaggio non è, come quello omerico, il cammino verso qualcosa da raggiungere, ma piuttosto una strada verso se stesso, nella continua ricerca della sua identità. È un anti-eroe, poiché non vuole cambiare, non ha una meta, ha la necessità di capire se stesso, ma forse non la voglia.

E, per questo, è un uomo. Insegue diverse donne ma non le riconosce, poiché sono solo un modo per esistere, l’oggetto sempre mutevole del suo desiderio. Questo è il protagonista dello spettacolo diretto da Giuseppe Emiliani, Capitano Ulisse, che debutterà al Teatro Goldoni, domani, alle ore 20.30. Una messa in scena che deriva dal lavoro laboratoriale svoltosi alla Biennale nel  novembre scorso, che si propone di recuperare il testo di Savinio, ormai quasi dimenticato. È un Ulisse (interpretato da Antonio Salines) che vive nella continua ansia di trovare qualcosa, per poi accorgersi di averla già, un uomo che desidera sempre la stessa persona. Motivo per cui, come ha spiegato il regista, intervenuto alla conferenza stampa, sarà un’unica attrice, Vanessa Gravina, ad interpretare tutte le donne della storia, Circe, Calipso e Penelope. In scena, nel ruolo di un narratore che rimanda evidentemente allo stesso Savinio, sarà Virgilio Zernitz.