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Riceviamo e pubblichiamo:

Salve, sono Fabrizio Falco un allievo dell’accademia Silvio D’amico che ha partecipato come attore allo spettacolo “l’Impresario delle Canarie”. Navigando sul sito della biennale teatro ho scoperto con grande stupore che il nostro spettacolo era stato recensito in forma di letterina da una bimba di 8 anni, abbastanza peperina. Ho cercato di accedere alla sezione dei commenti per potere dire la mia, ma non è stato possibile commentare nulla. Ora io mi chiedo se sia possibile che un articolo di una bambina, prima di essere pubblicato nel blog di uno dei più importanti festival teatrali d’europa non venga prima visto da un occhio più esperto che ne giudichi la plausibilità. Io trovo che la bambina (che in modo molto sincero ha espresso il suo parere) non possa mai capire a 8 anni, la complessità di un operazione sul linguaggio del 700′ in rima che abbiamo portato in scena. E’ giusto che si sensibilizzi il pubblico giovane al teatro…Ma da qui a far scrivere una critica ad una bambina, senza farlo rimanere fra le quattro mura di una scuola mi sembra che ce ne passi! Leggi il seguito di questo post »

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Foto di Fabio Bordot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Partendo dal presupposto che probabilmente qualsiasi rappresentazione teatrale sia politica, nel senso più ampio e bello del termine, va chiarito che non solo quel teatro che comunemente viene definito dalla critica “politico” e socialmente impegnato, sia il “vero” teatro. Se così fosse, non avrebbe più senso mettere in scena Eschilo o Shakespeare, che non necessariamente facevano riferimenti espliciti alla società in cui vivevano, ma più un ragionamento sull’uomo e sul teatro stesso.
Tutto questo per fare chiarezza sulle prese di posizione nei confronti de L’impresario delle Canarie, la presentazione di laboratorio dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”; per porre l’attenzione sulla forse troppa superficialità con cui si va a teatro e con cui si guarda una messa in scena, col rischio di dar per scontato la complessità teatrale. La presentazione del laboratorio fatta dagli allievi attori del secondo anno della celebre accademia teatrale romana, che pregiudizialmente poteva apparire vecchia e polverosa, in realtà aveva l’aria di essere uno spettacolo a tutto tondo, coerente seppur nella sua poca durata.

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“L’italiano è una lingua parlata dai doppiatori” diceva con sarcasmo Flaiano, proprio ad intendere che la nostra benedetta lingua si è persa nei mille rivoli di altrettanti dialletti. E solo i doppiatori di un cinema che non era, per Flaiano, minimamente radicato nella realtà del paese, si ostinavano a parlare quella lingua artefatta, sconosciuta ai più. Uno dei nodi irrisolti, che emerge come tensione continua e come motivo di analisi spettacolare, in questa Biennale Teatro, è proprio quello della lingua. A far da motore e stimolo per registi e attori, infatti, è un confronto serrato con una lingua teatrale che possa parlare francamente e agilmente al presente. L’italiano, questo sconosciuto, è oggetto dunque di indagine sistematica, di confronto serrato, di invenzione e scavo.
Ecco, allora, che Lorenzo Salveti ha intelligentemente “obbligato” gli allievi della Accademia d’Arte Drammatica a fare i conti con l’origine “lirica” del nostro parlato, ovvero con quel Metastasio – di cui ha scelto opere minori o meno note – autore troppo negletto, proprio con il compito di far risuonare un verso ormai perso nella notte dei tempi. E per un attore è davvero indispensabile frequentare la ricchezza di quella scrittura (come di altri classici), per non appiattirsi sullo smozzicato romanesco o sull’insinuante napoletano, da sit com quotidiana, che dilagano tra cinema e tv. Certo, l’operazione di Salveti è complessa e, pur mostrando alcuni talenti di sicuro avvenire, può suonare sfasata alle orecchie di giovani e esigenti spettatori assetati di realtà (tanto da suscitare le ironie di uno dei collaboratori di questo diario di bordo).
Ma sull’italiano si interrogano anche due scrittori taglienti come Ricci e Forte, che non esitano a “violentare” Aristofane imbastendo una lingua sporca e terrigna, davvero reale e al tempo stesso immaginifica.
Ancora, l’attraversamento dell’universo di Savinio che proporrà Emiliani con Capitan Ulisse – ancora una volta, un italiano non certo facile e immediato – oppure la fantastica mitologia di un sardo come Sergio Atzeni, riletto da Marco Parodi, alle prese con disillusioni private e oniriche genealogie collettive. Ma sulle evoluzioni linguistiche si può riflettere anche nella drammaturgia originale da “email” che i serbi del Bitef propongono con Winter Gardens, o sulla reinvenzione dell’Otello nei ritmi e nei silenzi energici della Commedia dell’Arte scelta da Pantakin.
Ecco, dunque, che nella “babele” mediterranea voluta da Scaparro, lo straniero parla – a volte – una lingua inusitata e bellissima: l’italiano.

© Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Cara Maestra,

domenica pomeriggio sono andata a vedere la recita della scuola Silvio D’Amico al Teatro Giovanni Poli di Santa Marta a Venezia. Come lei aveva chiesto, scrivo i miei pensieri sullo spettacolo e vorrei anche chiederle delle cose che sinceramente non ho capito. Leggi il seguito di questo post »