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La luna nuova è una luna assente, nascosta, che lascia l’uomo solo; la sua luce, che rende sicuri i passi incerti nella notte, non è presente nello spettacolo diretto da Giancarlo Sepe e debuttato al Teatro Fondamenta Nuove di Venezia. Tratto dal racconto per voci in tre stanze scritto dal controverso Erri De Luca, Morso di luna nuova affronta il periodo tragico vissuto dai napoletani durante la seconda guerra mondiale, quando la città era assediata dalle truppe tedesche.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Immerse in un buio totale si intravedono le sagome di otto figure disposte in riga, l’una di fianco all’altra. Con passo deciso si avvicinano silenziosamente verso il pubblico come se volessero frantumare la quarta parete, ma sono costretti a ritirarsi, non possono procedere oltre. Il rumore delle onde che si infrangono e si rincorrono irrompe sul palcoscenico, è proprio il mare a dettare i confini oltre cui non ci si può inoltrare; ma quello che spaventa i personaggi in scena si può solo ascoltare e non vedere. Suoni di campane, l’urlo delle sirene che avverte del pericolo di un attacco aereo del nemico e una voce tedesca, che dolcemente invita ad alzarsi, aprire gli occhi e avvicinarsi, evocano in pochi istanti uno scenario della seconda guerra mondiale.

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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Il rumore del mare trascina lo spettatore nella realtà di Napoli, la città ricoverata, il manicomio, la città che, distrutta, si rialza sempre. I corpi degli attori emergono dal buio. Sono trascinati dalla corrente della vita e della paura. Corrono, ognuno con il proprio bagaglio, in circolo, perché non c’è più un posto in cui andare. La guerra ha distrutto tutto, ma non la forza degli abitanti della città. Almeno, non di quelli che si ritrovano insieme nel rifugio antiaereo, a condividere la tragedia della seconda guerra mondiale. Rappresentanti di quella popolazione partenopea che, stretta tra i tedeschi e gli alleati, riuscì a liberarsi durante le “quattro giornate di Napoli”, dal 27 al 30 settembre del 1943. Morso di luna nuova, spettacolo andato in scena ieri sera al Teatro Fondamenta Nuove, diretto dal regista Giancarlo Sepe, basato sul racconto per voci in tre stanze di Erri De Luca, con l’alternarsi di luce e buio, con il rumore delle bombe e il silenzio del terrore, ha ricordato all’uomo la sua fragilità. Quanto tutto sia precario e instabile e quanto, allo stesso tempo, sia forte la capacità di resistere. La “Napoli che sta sotto” è capace di distruggere la “Napoli che sta sopra”. Anche se l’unica arma a disposizione è l’autoironia. Leggi il seguito di questo post »

Morso di luna nuova – racconta Erri De Luca – è “il morso di una città che addenta e insegue fino a sbattere fuori l’occupante intruso. Qui si svolge la vita di nove persone in quell’estate…”. Dal 27 al 30 settembre del 1943, le “quattro giornate di Napoli”, una città già devastata dalla lunga guerra e portata allo stremo dalla violenza nazista insorge contro gli ex-alleati riuscendo a liberarsi dall’occupazione prima dell’arrivo degli anglo-americani.

Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Dopo il suo primo testo teatrale L’ultimo viaggio di Sindbad del 2003, l’autore napoletano nel 2005 scrive un racconto per voci in tre stanze: Morso di luna nuova, in cui narra le tensioni, le paure e i desideri di otto persone chiuse in un rifugio antiaereo a Napoli nelle settimane che precedono quegli storici giorni di settembre. La struttura del testo è divisa in tre momenti, tre quadri distinti attraverso i quali evolvono le tensioni dei personaggi: uomini e donne che si interrogano sul se e sul come rispondere alla loro necessità di rivolta, mentre la melodia di Salvatore di Giacomo, Luna nuova – da cui deriva il titolo – emerge a fondere e intervallare il racconto.

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