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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Intervista a cura di Silvia Gatto e Anna Serlenga

Incontriamo il gruppo Ponte Radio venerdì, due giorni prima dello spettacolo Nero Inferno (Teatro Piccolo Arsenale, 1 marzo 2009), durante una pausa pranzo: il ristorante di fronte al teatro è pieno di gente, ma soprattutto di bambini. Una tavolata allegra, vivace, che alterna bolle di sapone a canzoni arabe che escono dai telefonini. I bimbi di Jenin sono sorridenti e vivaci, giocano all’uscita del ristorante con i ragazzi del gruppo ravennate che non si risparmia mai, in una relazione che è alla pari e serena. Ci diamo appuntamento per il giorno seguente: sarà una lunga chiacchierata, personale ed informale con Alessandro Taddei. Ne riportiamo qui una sintesi. Leggi il seguito di questo post »

“Aria che porta al mare,

     che chiuso in gabbia diventa acqua,

          che è donna, che è vita, che è terra”

 

 

 

 

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot,Alvise Nicoletti

Fondamenta dell’Arsenale, una svolta a destra, ed ecco: una folla, allegra, ciarliera, mista per età e provenienza. Fuori dal Teatro Piccolo Arsenale già l’atmosfera contagia positivamente, ricca di quella rilassatezza sorniona tipica delle domeniche pomeriggio, quando si può assaporare il tempo lasciandolo scorrere senza intrappolarlo in un orologio.

Entrando nella sala poi, per assistere allo spettacolo Nero Inferno, ci si accorge che i tredici bambini di Jenin, provenienti dalla Cisgiordania,  sono già sul palco ad attenderci, immobili, ognuno sotto una lampadina sostenuta da un lungo filo sottile, circondati da una scenografia scarna di nude pareti di mattoni e pannelli neri allineati intorno al perimetro del palco.

 

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Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Nessuna bandiera, nessuna kefia, niente propaganda o discorsi politicanti. Nessuna salvifica pretesa. Non c’è niente di tutto questo alla prima europea di Nero Inferno – trilogia quasi dantesca, sicuramente non salvifica del gruppo Ponte Radio. Solo il nome di una città accennato sul programma di sala: Jenin – Cisgiordania.
Tredici pannelli neri, tredici lampadine, tredici bambini vestiti di nero. Nient’altro. Nessuna retorica. Perché «Nero è la scoperta di quell’invisibile che vive nascosto negli angoli della Palestina». Questo invisibile continua a restare nascosto anche in scena, si svela solo a tratti, in silenzio, quasi per non recare troppo disturbo. A tal punto che potrebbe anche non essere capito, risultare lento, senza significato, perché quasi ci si dimentica che in scena ci sono dei ragazzini tra i 9 e i 12 anni: vestiti di nero, schierati come soldati, sguardo fisso nel vuoto, serio, si fatica a riconoscerne la giovane età. Non si muovono liberi nello spazio, ma lungo traiettorie lineari. Le loro menti generano sogni senza immagini. Leggi il seguito di questo post »

Foto di Fabio Bordot, Alvise Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Tredici lampadine illuminate appese al graticcio, tredici bambini vestiti di nero, ognuno sotto ad una lampadina. E’ in questa atmosfera di attesa, fatta di luci ed ombre, che si mostrano al pubblico i giovani attori palestinesi, protagonisti di Nero Inferno, prima parte di una trilogia in divenire, andato in scena sabato e domenica al Teatro Piccolo Arsenale.

Ed è il ritorno a un teatro solamente fisico fatto di puro gesto e azione, senza l’intromissione della parola: il Gruppo Ponte Radio ha lavorato con i bambini di Janin, molto teneri nelle loro movenze, cercando di portarli a trasmettere con molta naturalezza e ingenuità tutta l’angoscia e la tristezza di una guerra. E quella israelo-palestinese è la guerra qui evocata: un’infinita carneficina di cui essi sono vittime e con la quale hanno dovuto imparare a convivere. Tutto dello spettacolo rimanda ai bombardamenti, all’attesa e alla paura della morte, creando sensazioni di angoscia e tristezza che come macigni piombano addosso alla platea, lasciandola inerme. L’impossibilità di fare qualcosa, unita al desiderio di trovare una soluzione a tanto dolore apre uno spiraglio di empatia, in cui lo spettatore riesce realmente a sentirsi vicino ai bambini attori e alla loro storia. Non c’è un racconto né frasi drammaticamente tragiche, ma solo un gioco con pannelli neri che ogni bambino muove nello spazio, formando continuamente ambienti diversi e restituendo il suono dei carri armati che arrivano, che vagano alla ricerca di qualcuno da colpire. Al rumore delle ruote dei pannelli si aggiunge quello prodotto da biglie che cadono a terra, che invece di far pensare a momenti ludici riproducono il suono di spari di fucili o mitragliatrici. Una melodia in lingua araba cantata da una bambina dà voce alle pause, ai momenti in cui si riprende fiato aspettando nuovi e tremendi rumori.

Con estrema semplicità e grazie alla notevole presenza scenica dei piccoli attori, Alessandro Taddei, regista di Nero Inferno, è riuscito a mettere in scena una realtà dolorosa, complicata e controversa, senza rimanere vittima di facile retorica, senza rendere patetica la storia della terra dei protagonisti dello spettacolo.

Foto di Zaira Zarotti

Foto di Zaira Zarotti

Dal cuore della Cisgiordania, Jenin, arriva alla Biennale di Venezia l’intenso lavoro del giovane gruppo ravennate Ponte Radio. Nero Inferno è il primo lavoro di una trilogia che ha come testo di riferimento la commedia dantesca e come prassi teatrale l’incontro con territori difficili e con la loro identità, letta nei corpi e nei gesti dei suoi bambini. Il gruppo ravennate ha inziato questo lavoro nel 2008 conducendo un laboratorio di tre mesi.
Jenin: manca l’acqua, il vento dei cinquanta giorni porta con sé la sabbia e l’aria salina, richiamo al mare che non si può vedere, dai confini murati, per i palestinesi…

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