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Enrico Fiore, Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Enrico Fiore e Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Sventurata la terra che non ha eroi”, dice l’allievo di Galileo Galilei, nell’opera di Bertold Brecht, per rimproverare al suo maestro l’atto di abiura. Questi, tra sé, risponde: “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Il mondo è ancora un posto che deve essere salvato dal coraggio degli uomini, di quelli che vanno contro, che non si fermano per paura, che hanno affrontato la morte e hanno vinto. Di uomini come il poeta greco Jannis Ritsos. “Ho ancora davanti a me il ricordo dei suoi occhi, determinati, sicuri, ma allo stesso tempo rassicuranti per chi lo guardava”, ha detto di lui il giornalista e critico teatrale Enrico Fiore, durante il suo racconto, questa mattina, presso la sede storica della Biennale. Leggi il seguito di questo post »

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Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Canterò le madri che accompagnano i figli verso i loro sogni, per non vederli più la sera sulle vele nere dei ritorni”. Recita Roberto Vecchioni in Euridice. Le madri dello spettacolo Le donne e il mare, corale mediterraneo di Enrico Fiore, diretto da Orlando Forioso, ispirato all’opera di Jannis Ritsos, che debutterà oggi, al teatro Piccolo Arsenale, alle ore 20.30, aspettano i loro uomini, partiti per luoghi lontani: li aspettano insieme, per condividere l’attesa, ma anche le paure, i propri ricordi, la memoria che diventa, quindi, collettiva.

Il regista, giovedì pomeriggio, ha voluto incontrare gli studenti, presso la biblioteca dell’Università Ca’ Foscari, alle Zattere, non solo per introdurre il suo spettacolo, ma anche per un confronto su temi più ampi. Partendo dalle opere del poeta greco, si è arrivati a oggi, a quanto siano attuali le sue liriche. In effetti, ne Le vecchie e il mare di Ritsos, il mito precipita nella realtà quotidiana, nelle difficoltà che si affrontano ogni giorno. L’autore osservava il mondo per poi tramandarlo attraverso la poesia.

“Le donne di questo spettacolo – ha spiegato Forioso – sono fuori della storia. Non sono le grandi donne del mondo, hanno vissuto in un porto, aspettando i propri cari. Si sa che non torneranno. Il senso della loro esistenza non è in quel momento, ma nell’attesa stessa”. Sono un insieme, quindi, una collettività. Hanno perso completamente la loro individualità. Non hanno neanche un nome. Sono donne che hanno dimenticato anche il dolore. Appartenevano a un coro greco, ma del teatro sono rimasti solo frammenti. Insieme ricostruiranno il mondo perduto, la loro identità e, chissà, forse la loro stessa vita.

 

Massimo Munaro, Maurizio Scaparro, Francesco Siciliano, Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Massimo Munaro, Maurizio Scaparro, Francesco Siciliano, Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“L’impero, l’ho governato in latino; in latino sarà inciso il mio epitaffio, sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto”. Così si presenta l’imperatore descritto da Marguerite Yourcenar, in Memorie di Adriano. E gli ultimi tre spettacoli, presentati oggi in conferenza stampa, presso la sede storica della Biennale, derivano ancora una volta dai miti, dall’eredità greca, dalle forme eterne di riflessione che caratterizzano questo mediterraneo.

Il mito della ragione contro l’ignoranza, ovvero Il Ciclope di Euripide, nella reinvenzione di Enzo Siciliano, diretta ed interpretata dal figlio Francesco, che andrà il scena questa sera e domani sera, alle ore 20.30, al teatro Giovanni Poli Santa Marta. “Ulisse sconfigge il Ciclope perché ha conservato il suo sapere. E, quindi, sopravvive”, ha detto il regista, ricordando quanto la paura di essere sconfitti dal proprio ciclope, spesso, renda l’uomo incapace di reagire. “Il sapere è un fatto condiviso – ha continuato – e dipende da noi decidere se investire o meno in noi stessi”. Uno spettacolo giocato sulle parole e sul linguaggio: immediati e semplici elementi tipicamente umani. Ad un solo attore, pur nel contrappunto musicale, interpreterà tutti e quattro i personaggi in scena, ovvero Ulisse, Polifemo, Sileno (il pastore che fa da ponte tra sapere e ignoranza) e il coro. Leggi il seguito di questo post »

Quando è chiara e netta la divisione tra protagonista e antagonista l’immedesimazione nell’eroe è, generalmente, automatica. Ma quando si esce dalla favola per entrare nella tragedia lo spettatore è costretto a compiere una scelta, anche dolorosa, e non sempre definitiva. A maggior ragione se il testo in questione narra lo scontro tra due leggi entrambe plausibili e necessarie al vivere civile, e se a metterlo in scena è una compagnia che lavora da anni sul coinvolgimento attivo e sensoriale di un pubblico ristretto, che diviene comunità. Il Teatro del Lemming di Rovigo porta in scena, al teatro Fondamenta Nuove, Antigone. Lo spettacolo giunge alla sua forma definitiva dopo un lungo lavoro di ricerca, realizzato attraverso numerosi laboratori tenuti da Massimo Munaro in diverse città del nord-est, fino a Venezia in occasione del Laboratorio Internazionale del Teatro – Biennale Teatro 2008. Leggi il seguito di questo post »

“Il teatro è come il gelato: ce n’è di tanti gusti e colori, ma per fortuna non tutti sono al limone”. Così come per il gelato, sono varie le tipologie di teatro possibili  (si è potuto notare dalla diversità degli spettacoli presentati al Festival), ma tra questi  immancabilmente c’è anche – o ahimé soprattutto – il teatro che annoia.

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Ulisse e i suoi compagni che sbarcano  in Sicilia, dove vengono catturati dal ciclope Polifemo per essere mangiati; l’espediente del re di Itaca di far ubriacare il gigante per accecarlo con un palo incadescente, per poi fuggire via mare, lasciando il mostruoso figlio di Poseidone gridare al vento che “Nessuno” l’ha reso cieco: una vicenda tragica? Per la memoria collettiva sì.

Non per Euripide tuttavia, che ha trasformato l’intero episodio dell’Odissea in una parodia, componendo l’unico dramma satiresco dell’antichità arrivato a noi integralmente. Oltre a Polifemo, Ulisse e i suoi compagni, nell’opera compare Sileno, l’anziano satiro servo di Dioniso, e il gruppo dei satiri, con la funzione di coro,  che lo affiancano al servizio del ciclope.

 

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Chi nasce nelle vicinanze del mare ed è abituato sin da piccolo a sentirne l’odore, a vederne il moto perenne, a perdersi nel suo orizzonte e a sognare un altrove, non può più fare a meno della sua immagine e presenza. Nato in un’isola immersa nel Mar Mediterraneo, la Sicilia, il regista Antonino Varvarà racconta in Mare mio il suo rapporto emotivo con ciò che rappresenta non solo memorie, speranze, sogni e nostalgie; ma con un intero mondo che nasconde misteri, antiche leggende, storie di eroi, di grandi e piccoli naviganti, ma soprattutto spinge l’uomo all’avventura. Essere circondati da uno scrigno che racchiude tesori fa nascere nell’uomo il desiderio di sperimentarsi e di attraversare quell’immensa distesa d’acqua che separa da altri luoghi sconosciuti.

Lo spettacolo che debutta venerdì 6 marzo al Teatro Aurora di Marghera – in replica 7 e 8 marzo –  vede in scena tre giovani attori della recentissima Accademia Teatrale Veneta e uno dell’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine. Come chi si avventura per mare, anche questi ragazzi appena diplomati sfidano loro stessi in uno spettacolo che li introduce per la prima volta nel vero mondo teatrale. Varvarà, con l’aiuto regista Francesca D’Este, i costumi di Demis Marin, le scene e le luci di Giovanni Milanese, porta la sua ciurma a bordo di Questa Nave, l’Associazione che ne firma anche la produzione, mettendo in scena un mare non nostalgico, non solo raccontato, ma agito e vissuto. Un Mediterraneo che, come affermava il poeta arabo Adonis, è padre e madre; insegna, racconta, porta verso un altrove.   

Gianni Di Capua, Carmelo Alberti; foto di Zaira Zarotti

Gianni Di Capua, Carmelo Alberti; foto di Zaira Zarotti

Un film è un falso per definizione. Il film è il mondo della lusinga; è fabbrica, inimitabile e insostituibile, di sogni, passioni, emozioni e misteri. Anche quando vuole dire il vero, quando intende documentare una realtà specifica, lo fa fabbricando una finzione, una simulazione, un falso. Il cinema è una costruzione, un artefatto dell’uomo, il quale si esprime dal suo angolo visuale. Mentre il mondo si caratterizza per la sua presenza, il racconto è sempre nel segno del dopo e dell’altrove. Il cinema delle origini è, anch’esso, un ibrido tra documentario e finzione. Il film sugli operai al termine dell’orario di lavoro è un finto vero. I fratelli Lumière, ne L’uscita dalle fabbriche, infatti, girano due volte la scena perché la prima presenta difetti di esposizione. Ma il cinema racconta storie e, nel suo raccontare, è tanto più vero della vita. La realtà non è nulla, non ha nulla da raccontare. Affinché diventi conoscibile, il mondo deve essere narrato: qualunque cosa, per esistere, ha la necessità di essere rappresentata. Proprio da questo bisogno di registrare e consegnare alla memoria il Laboratorio Internazionale del Teatro, svoltosi nell’ottobre-novembre 2008, è partito il progetto di Gianni Di Capua, che ha coordinato gli studenti del Tars di Venezia, allo scopo di realizzare una serie di cortometraggi, proiettati ieri pomeriggio all’Auditorium Santa Margherita. Leggi il seguito di questo post »

Chiacchiera, ciacola e ćakula; scirocco, šilok e šiloko; neve, nevera e neverin; barca, barcon, barcosa, barcusius, bragoć. Questo solo uno dei molteplici viaggi linguistici, narrativi, poetici e geopolitici che Predrag Matvejević racconta nel suo Breviario Mediterraneo. Un romanzo, giunto ormai alla decima edizione, che sfida l’appartenenza ai generi letterari e racconta di questo mare come di uno spazio culturale, poetico, politico. Attraverso una narrazione minuziosa e musicale, l’autore regala un ritratto che contiene le storie perdute delle antiche capitanerie di porto e le leggende marittime, descrive approdi e porti che diventano città: Gerusalemme, Atene, Venezia. Leggi il seguito di questo post »

Maurizio Scaparro e Pedrag Matvejević, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Maurizio Scaparro e Pedrag Matvejević, foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Anche ieri, lunedì 2 marzo – come è ormai consuetudine – lo spazio adibito alle conferenze stampa di Ca’ Giustinian accoglie gremito la presentazione degli spettacoli che il Festival, giunto alla sua ultima settimana, propone.

Addentrati ormai pienamente nell’edizione mediterranea della rassegna teatrale, incontriamo i protagonisti dei lavori che andranno in scena nei prossimi giorni. Leggi il seguito di questo post »