foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Eteocle e Polinice, i figli maschi di Edipo,  si scontrano uno contro l’altro sul campo di battaglia. Entrambi muoiono: il primo in difesa di Tebe, il secondo, invece, contro di questa. È proibito dare sepoltura ai traditori della città e Creonte, nuovo re di Tebe, mette in guardia chiunque pensi di trasgredire la legge. Eteocle viene sepolto, Polinice viene lasciato in pasto ad uccelli e cani. Antigone, sorella dei defunti, non può permettere che il corpo del fratello rimanga insepolto. La fanciulla  è consapevole che infrangerà la legge della polis, ma non ha dubbi: ha già deciso.

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Sedie sghembe di diverse misure affollano in modo disordinato il palcoscenico del Teatro Aurora di Marghera, dove ha debuttato l’ultimo lavoro di Antonino Varvarà. Il regista siciliano, ma da tempo anima del coraggioso spazio non lontano dall’enorme raffineria, ha portato in scena un testo vagamente autobiografico – come ha dichiarato durante la conferenza stampa – spogliando se stesso delle proprie emozioni, per condividere con il pubblico in sala i ricordi, i pensieri e le sensazioni legate a chi è nato in prossimità del mare. Mare mio vede protagonista quella immensa distesa d’acqua, dove si andava a giocare da bambini, dove si passavano momenti eterni, in compagnia di chi silenziosamente ascoltava i propri pensieri. Leggi il seguito di questo post »

 

Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

L’odore di pizza, quella rossa e quella bianca al rosmarino. E poi la sabbia, che ti si attacca alle dita per colpa dell’unto…
Forse mancavano,ieri sera, tra le tante immagini evocate in Mare mio di Antonio Varvarà, visto al Teatro Aurora di Marghera. Ci sono il nonno sulla spiaggia, il costume nero, il bagnino bello, la pasta al forno…
Ma non la sabbia.

Una scenografia spoglia: una distesa di sedie di diverse misure e forme ma tutte di un grigio-azzurro che ricorda il colore delle nuvole riflesso sul mare. Quattro attori, quattro volti, quattro punti di vista per lo stesso mare. Inizia tutto con un gioco, come da bambini: punti il dito sulla foto e dai un nome alle cose che riconosci. Così Varvarà inizia a svelarci il mare, il suo mare. Gli attori (Sara Bettella, Daniel De Rossi, Dino Polito, Antonella Tranquilli) in un susseguirsi di quadri, rievocano immagini e storie con lo sguardo e il pensiero, sempre rivolti alla grande distesa d’acqua che circonda l’isola. Sì, siamo su un’isola, non importa quale, un’isola piccola dove la vita sta stretta come il paio di pantaloni che portavi da bambino. I quadri, all’inizio confusi, vanno intrecciandosi e accavallano i nervi di una storia, quella di Andrea, raccontata attaverso l’assenza. È la partenza senza ritorno, di Andrea: figlio, amico, amante, che genera il racconto e scatena i ricordi di chi aspetta e non trova pace, di chi sull’isola è rimasto, di coloro che scrutano l’orizzonte e ancora sperano di vederlo tornare.

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foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Ignoranza e grettezza, apatia sociale, la paura che attanaglia, il ciclope – riprendendo le parole di Francesco Siciliano – che cannibalizza ognuno di noi. Nelle settimane di Festival sono emersi molti temi che riguardano la realtà italiana degli ultimi mesi, di cui – sopratutto nel mondo della cultura – non si è affatto fieri: dalle polemiche riguardo ai sempre minori fondi devoluti al teatro, all’atteggiamento apatico e privo di pensiero che imperversa nella società, fino all’esplosiva crisi economica mondiale. Poiché viviamo un periodo di poca reattività, sensibilità e applicazione di pensiero critico, è importante sottolineare come, nella quarantesima edizione della Biennale Teatro, non sia mancata la riflessione e il dialogo riguardo la complessità di simili temi. Quando poi il dialogo si sviluppa durante le Conferenze Stampa e coinvolge registi, artisti e giornalisti, assume anche una valenza pubblica in cui, almeno in parte, si può sentire rappresenta la voce della cultura o per lo meno quella dei suoi addetti.

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Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Foto di Alvise Nicoletti, Fabio Bortot

Qualche giorno è passato, da quando è andato in scena Il Giavellotto dalla punta d’oro, elaborazione raffinata del mito di Procri redatta con gusto da Roberto Calasso e portata in scena da Giorgio Marini, con il consueto gusto lirico e poetico. Va detto che il lavoro, che lì per lì poteva suonare ridondante e folle come una gustosa voluta di fumo, torna alla luce come un fiume carsico che si svela all’improvviso, senza badare a ciò che travolge. E allora merita tornare su una operazione che si rivela molto più complessa. Intanto il musicale gioco di spezzettamento del testo, come è nello stile del regista, dichiara una presa di posizione chiara: il mito, oggi, non è possibile se non per evocazione, o per musicalità, per gioco ironico attorno a leggende che non possono più essere prese sul serio.

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Enrico Fiore, Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Enrico Fiore e Maurizio Scaparro; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Sventurata la terra che non ha eroi”, dice l’allievo di Galileo Galilei, nell’opera di Bertold Brecht, per rimproverare al suo maestro l’atto di abiura. Questi, tra sé, risponde: “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Il mondo è ancora un posto che deve essere salvato dal coraggio degli uomini, di quelli che vanno contro, che non si fermano per paura, che hanno affrontato la morte e hanno vinto. Di uomini come il poeta greco Jannis Ritsos. “Ho ancora davanti a me il ricordo dei suoi occhi, determinati, sicuri, ma allo stesso tempo rassicuranti per chi lo guardava”, ha detto di lui il giornalista e critico teatrale Enrico Fiore, durante il suo racconto, questa mattina, presso la sede storica della Biennale. Leggi il seguito di questo post »

Pubblichiamo uno dei corti realizzati in occasione del Laboratorio Internazionale del teatro – Biennale 2008, ideati per il Laboratorio di Documentazione Video coordinato dal Prof. Gianni Di Capua. Il video, realizzato da Margherita Gallo e Savino Cancellara, è dedicato al laboratorio “Il Cantiere del Girasole” tenuto lo scorso anno a Venezia dal leone d’oro alla carriera 2008 Roger Assaf.

 

Abbiamo intervistato Susanna Attendoli, che ha condotto al Teatro delle Voci di Treviso il laboratorio sul recitativo mozartiano dedicato a Lorenzo Da Ponte e al Don Giovanni: dal “recitar cantando” al cantare recitando. Contattata telefonicamente, abbiamo approfondito con lei la conoscenza di questo lavoro.

Per prima cosa vorrei chiederle l’attinenza tra il suo laboratorio ad il tema di questa Biennale, il Mediterraneo; in altre parole, quindi, perché proprio il Don Giovanni?

Il Medietrraneo è un magma perfetto per la nascita dei miti e il Don Giovanni è un grande mito. Le origini medieterranee di questo mito vengono fatte addrittura risalire, da alcuni, alle civiltà greche e latine: alcuni ricordano, per esempio, l’Ars Amatoria di Ovidio, altri La poetica di Aristotele. Successive tracce del mito del Don Giovanni si ritrovano nelle leggende del medioevo, anche se la nascita “ufficiale” del personaggio avviene con Tirso de Molina nel 1630, quindi in Spagna, per poi allargarsi a tutto il bacino del Mediterraneo. Arriverà in Italia tra i vari scenari della Commedia dell’Arte, per poi andare in Francia con Molière, e tornare di nuovo nel nostro Paese con Goldoni, che è stato probabilmente il vero ispiratore di Da Ponte.
Oltre a questi aspetti mediterranei del mito e delle sue origini, questo mare si ritrova anche nel personaggio stesso del Don Giovanni, nel suo vitalismo, nella sua solarità. Infine, i Paesi mediterranei si sitrovano anche nei versi stessi di Da Ponte: Seicentoquaranta in Italia, cento in Francia e novantuno in Turchia, ma in Ispagna sono già 1003; parole di Leporello nella famosa aria del catalogo. Tutto un Mediterraneo che viene esplorato e conquistato, e in cui, quindi, il mito del Don Giovanni ha un ruolo di gran rilievo. Leggi il seguito di questo post »

Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

Orlando Forioso; foto di Fabio Bortot, Alvise Nicoletti

“Canterò le madri che accompagnano i figli verso i loro sogni, per non vederli più la sera sulle vele nere dei ritorni”. Recita Roberto Vecchioni in Euridice. Le madri dello spettacolo Le donne e il mare, corale mediterraneo di Enrico Fiore, diretto da Orlando Forioso, ispirato all’opera di Jannis Ritsos, che debutterà oggi, al teatro Piccolo Arsenale, alle ore 20.30, aspettano i loro uomini, partiti per luoghi lontani: li aspettano insieme, per condividere l’attesa, ma anche le paure, i propri ricordi, la memoria che diventa, quindi, collettiva.

Il regista, giovedì pomeriggio, ha voluto incontrare gli studenti, presso la biblioteca dell’Università Ca’ Foscari, alle Zattere, non solo per introdurre il suo spettacolo, ma anche per un confronto su temi più ampi. Partendo dalle opere del poeta greco, si è arrivati a oggi, a quanto siano attuali le sue liriche. In effetti, ne Le vecchie e il mare di Ritsos, il mito precipita nella realtà quotidiana, nelle difficoltà che si affrontano ogni giorno. L’autore osservava il mondo per poi tramandarlo attraverso la poesia.

“Le donne di questo spettacolo – ha spiegato Forioso – sono fuori della storia. Non sono le grandi donne del mondo, hanno vissuto in un porto, aspettando i propri cari. Si sa che non torneranno. Il senso della loro esistenza non è in quel momento, ma nell’attesa stessa”. Sono un insieme, quindi, una collettività. Hanno perso completamente la loro individualità. Non hanno neanche un nome. Sono donne che hanno dimenticato anche il dolore. Appartenevano a un coro greco, ma del teatro sono rimasti solo frammenti. Insieme ricostruiranno il mondo perduto, la loro identità e, chissà, forse la loro stessa vita.

Foto di Fabio Bortot, Alvine Nicoletti

Foto di Fabio Bortot, Alvine Nicoletti

” Della Poesia/ dissero i poeti/ della pittura/ i pittori. Del silenzio/ disse il sordo/ della parola/ il muto”

In scena al Fondamenta Nuove un racconto, Il giavellotto dalla punta d’oro, scritto da Roberto Calasso a partire dal mito classico di Procri, per la regia di Giorgio Marini.
La scena di Marco Capuano si apre su una distesa di corpi, le ninfe. Una foresta di giavellotti alti fino al soffitto a sinistra, e nell’ombra, in secondo piano sulla diagonale opposta, un enorme elmo: giavellotto ed elmo, entrambi simbolo della storia che gli attori si apprestano a far rivivere. Tutto il palco ricoperto da stoffe e veli, che prendono forma: una volta mare, una sabbia, una vento o, più semplicemente, lenzuola. Leggi il seguito di questo post »